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Propaganda e uso pubblico della storia

febbraio 27, 2013

Se la storia è racconto di fatti realmente accaduti, e dunque un incessante sforzo di avvicinamento alla verità, è chiaro che nessuno storico può accontentarsi di verità imposte (da chiese o partiti, o magari da conventicole di varia natura e portata) né di giudizi dati, insomma di idee ricevute o di tradizioni…” (cfr. A. d’Orsi, Piccolo manuale di storiografia, Bruno Mondadori, 2002, p. 155).
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La Storia come strumento militante atto ad essere proficuamente utilizzato nell’agone politico del momento (se non addirittura come “merce” per finalità prosaiche) non è più una novità. Insomma, chiunque può entrare nel supermercato della storia, prendere dagli scaffali ciò che gli serve e spenderlo a suo piacimento sul mercato della politica. Succede che le ombre lunghe e i miti del Novecento, di fatti memorabili e traumatici, di esperienze brevi ed esaltanti, si proiettino sul presente reclamando impossibili continuità o assurdi tempi supplementari. Accade così che storici “organici” a partiti politici o organizzazioni sindacali “egemoni” si prestino – nel solco di una consolidata tradizione novecentesca della militanza politica di sinistra – a subordinare il proprio lavoro di ricerca storica alle esigenze degli uffici di propaganda; ossia di narrazione compiacente cucita su misura del Principe committente e per illustrarne le epiche imprese.
E’ quanto sta accadendo in quest’ultimo periodo in cui la CGIL da un lato e lo storico Vito Antonio Leuzzi dall’altro stanno cercando – occultando dati e documenti –di “addomesticare” una vicenda storica tanto tragica quanto significativa. Ovvero la disperata difesa della Camera del Lavoro Sindacale (USI) di Bari.
E, come spesso avviene, la mistificazione storica è operata attraverso l’omissione di alcuni, importantissimi, dati … a cominciare dal numero delle Camere del lavoro che – a Bari – nel 1922 erano due.
La prima era la Camera del Lavoro Confederale (ovvero quella della CGdL filo socialista) ubicata in via Piccinni; la seconda, situata in pieno centro storico, era la Camera del Lavoro Sindacale, ovvero dell’Unione Sindacale Italiana che – il 19 ottobre 1921 – in seguito al “voltafaccia” elettorale di Giuseppe Di Vittorio e la sua elezione a deputato nella fila del PSI uscì dall’USI e si proclamò “autonoma” pur confermando un noto esponente anarchico (Giulio Clerici) come vice segretario.

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