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Taranto e Torino: 28 febbraio 2013

marzo 1, 2013

L’ennesimo lutto che ha funestato Taranto giunge quasi contemporaneamente alla, parziale, revisione della sentenza Thissenkrupp ovvero la sentenza della Corte d’Appello di Torino che riduce la pena da 16 anni e mezzo a 10 per l’ad Harald Espenhahn, modificando il capo d’imputazione (da reato di omicidio volontario con dolo eventuale a reato di omicidio colposo con colpa cosciente).
La modifica del capo di imputazione significa – in buona sostanza – che, in nome del profitto, i padroni possono derogare in peyus le norme previste in materia di sicurezza sul lavoro con la certezza dell’impunità in caso di incidenti mortali.
In questo contesto lo sciopero – prontamente e giustamente proclamato dal sindacalismo di base dell’ILVA di Taranto – si dimostra inefficace ed inefficiente.
Inefficace perché interviene – ahinoi! – a “babbo morto” ovvero a tragedia avvenuta. Insufficiente perché non coglie né elimina il problema alla radice.
La farraginosità delle norme giuridiche ed i quattrini per gli avvocati consentono ai padroni di cavarsela quasi sempre e i Caduti sul lavoro saranno, presto, dimenticati sostituiti dallo “spread” o da altre …. “emergenze” nazionali.

USI-AIT Puglia

lutto

Di seguito il comunicato del comitato tarantino.
28 Febbraio 2013
Siamo costretti a denunciare l’ennesimo incidente mortale.
In soli 4 mesi piangiamo il terzo operaio caduto sul posto di lavoro e l’ennesimo ferito grave che si aggiunge ad una lista ormai lunghissima di infortuni in un’azienda che ha sempre dichiarato di aver investito ingenti somme di denaro per garantire la sicurezza degli operai e che, invece, ha sempre avuto il profitto come unico obiettivo.
Il luogo in cui è avvenuto l’incidente, la batteria 9, è tra gli impianti posti sotto sequestro dalla Magistratura a Luglio scorso. Nonostante il provvedimento, la batteria in questione come tutta l’area a caldo dello stabilimento non ha mai smesso di produrre anche grazie alla “legge salva-Ilva” che, successivamente e solo a parole, garantisce lavoro, salute, sicurezza e tutela ambientale ma che, in realtà, difende solo i profitti dell’azienda.
Contrariamente a quanto dichiarato dal ministro Corrado Passera quest’oggi che afferma >, la contrapposizione tra Magistratura e Stato e la mancanza di chiarezza da parte dell’azienda rende incerto il futuro degli operai che vivono, in prima persona, questa situazione ormai insostenibile.
Prima il “braccio duro” dell’azienda e, successivamente, il decreto Salva-Ilva precludono la possibilità oggettiva di manutenzione, rifacimento e ammodernamento degli impianti, lasciandoli in marcia a scapito della sicurezza sul lavoro.
Come da sempre avvenuto, non ultimi i casi di Claudio Marsella e Francesco Zaccaria, l’unica reazione dei sindacati è l’ormai rituale sciopero di 24 ore che costringerà, una volta terminato, gli operai di quel reparto a tornare sugli impianti incriminati senza sapere come prevenire incidenti analoghi.
Sette mesi di denuncia e iniziative dimostrano che la famiglia Riva e lo stato italiano hanno reso un fabbrica, che sarebbe dovuta essere certezza di reddito per un’intera comunità, una fonte di morte per cittadini e per gli operai.
A Taranto, o si muore per inquinamento o si muore in fabbrica per mancanza di sicurezza.
Esprimiamo la nostra solidarietà alle famiglie degli operai coinvolti nell’incidente e ribadiamo, con forza, l’assoluta inefficacia di una legge che tutela gli interessi economici di una sola famiglia e la necessità di avviare una “Vertenza Taranto” che affronti e risolva le problematiche reali di una città intera.
Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

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From → anarcosindalismo

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