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L’eredità morale degli Arditi del Popolo: disobbedire agli ordini!

marzo 22, 2013

Introduzione al libro di Valerio Gentili – La legione romana degli Arditi del Popolo Edizioni Purple Press – Roma – aprile 2009

Disobbedire agli ordini, l’eredità morale degli Arditi del Popolo

Pagina dopo pagina, la lettura de La legione romana degli Arditi del Popolo di Valerio Gentili mi richiamava alla memoria un’immagine che inizialmente non riuscivo a mettere a fuoco. Catturato dalla prosa asciutta e dal rigore mostrato dal giovanissimo Autore di questo libro bello e necessario, approfondivo la conoscenza di uomini e simboli dai contorni leggendari ma, seppur rapito dalle tante informazioni inedite contenute nel volume, continuavo a pensare al luogo e al tempo in cui questa immagine, evidentemente ridotta a un ricordo seppellito nell’inconscio, doveva essersi materializzata forte e chiara davanti ai miei occhi.
Avvincente come un romanzo in cui il lettore capace di rispettare il patto narrativo non può fare a meno di immedesimarsi nelle situazioni descritte dall’Autore, la Legione romana degli Arditi del Popolo, vale a dire la storia delle prime formazioni armate che strenuamente si opposero al fascismo, mi costringeva ad affrontare in prima persona l’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio e dei suoi legionari insieme al freddo intenso delle trincee della prima guerra mondiale, il clima di povertà e disperazione precedente il periodo di scioperi e repressione noto come il “biennio rosso” e l’avvento della violenza delle camicie nere di Mussolini spalleggiate dagli industriale e coperte dal grosso delle forze di polizia. Talmente è vivido il racconto di Valerio Gentili che, tra le pagine del suo libro, sembra di sentire crepitare le mitragliatrici utilizzate dai fascisti per assaltare le case del popolo, le leghe contadine e le sedi dei giornali dissidenti. Un’aggressione brutale e indiscriminata contro ogni luogo o persona decisi a opporsi all’ordine voluto dal duce che, oggi, sarebbe più facilmente scivolata nel dimenticatoio se, a ostacolarla con più coraggio che mezzi, non ci fosse stata l’abnegazione e spesso il sacrificio estremo di una strana razza di soldati anarchici e comunisti – gli Arditi del Popolo – capaci di non confondere la necessità di obbedire agli ordini propria di qualunque sistema gerarchico con il pericolo di trasformarsi in servi di un potere volgare e assassino; un regime capace, tra le altre cose e al pari del complice nazista, di rinchiudere uomini, donne e bambini in vagoni piombati diretti ai campi di sterminio (ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici … le loro grida continuano a pesare come macigni sulla coscienza di chi ancora oggi si propone come erede di quella stagione sanguinaria) annullando qualunque garanzia democratica con la forza ed il terrore.
Non a caso è stato proprio nei capitoli finali del libro di Valerio Gentili – mentre l’epopea degli Arditi volge al termine e i boia in camicia nera, nelle loro prigioni, innalzano i cavalletti per estorcere con le pinze arroventate e i fili elettrici impossibili confessioni ai loro fieri oppositori – che l’immagine di cui sto parlando, l’immagine a cui affidare il ruolo di scrivere l’introduzione a un libro importante, ha finalmente assunto una consistenza concreta, all’improvviso, infatti, mi sono ricordato di un sentiero arrampicato tra le montagne della provincia di Cuneo; un tratturo ammorbidito dall’erba, come se la Natura stessa volesse ancora aiutare il suo segreto a sfuggire alla vista del passante occasionale o della spia. In questa località, amena soltanto all’apparenza, la consistenza della terra battuta cede d’un tratto il passo alla solidità della pietra viva, infilzando uno scalino dopo l’altro fino alla sommità di un monte. Qui, dove l’aria è rarefatta dall’alta quota e il cielo perennemente terso, la sacralità del luogo è affidata a circolo di croci di legno, tese sulla serenità della valle sottostante come sentinelle. Si tratta delle tombe di un gruppo di partigiani caduti nel corso della guerra di Resistenza, come direbbe Piero Calamandrei, uomini che “volontari si adunarono per dignità e non per odio. Decisi a riscattare la vergogna e il terrore dal mondo”. Tra di loro, ugualmente segnalato da croce ma a differenza degli altri privo persino del conforto di un nome, c’è un partigiano ricordato da una targa che si limita a dire “tedesco anonimo”; un soldato dell’esercito del male che, evidentemente, non ebbe paura di gettare alle ortiche la sua uniforme per continuare a combattere dalla parte giusta. La sua lezione, affidata a quel sacrario della provincia di Cuneo, andrebbe trasferita nei tribunali di guerra in cui i tanti aguzzini fascisti e nazisti insistono a scrollare le spalle di fronte alle loro responsabilità, continuando a ripetere di avere solo “obbedito agli ordini”; quasi pretendendo, con simili scuse, non soltanto il perdono ma anche il riconoscimento di un’inesistente dignità.
A pensarci bene gli Arditi del Popolo di cui parla Valerio Gentili sono simili al soldato tedesco senza nome venuto a morire tra montagne tanto lontane da casa sua: combattenti che ebbero la capacità e la forza di disobbedire agli ordini rifiutandosi di diventare la manodopera del terrore al servizio di forze antipopolari ma che, malgrado tutto, faticarono a trovare posto in quella tradizione di giustizia e libertà a cui dovrebbe continuare ad ispirarsi la repubblica italiana. Le ragioni del sostanziale silenzio su una simile esperienza, mai valorizzata come avrebbe meritato, sono tante. A Valerio Gentili e al suo La legione romana degli Arditi del Popolo va il plauso di averle ripercorse insieme alle vite e alle avventure degli eroici protagonisti di quell’esperienza. Una storia da conoscere e da fare propria.
Affinché nessuno possa ancora pensare di giustificare l’abominio barattando la rettitudine della propria coscienza con l’abiezione di chi si limita ad obbedire agli ordini.

Cristano Armati

Per leggere il libro in formato pdf.

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