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Esigibilità dei contratti: ribellarsi è giusto!

giugno 1, 2013

Contrariamente a quanto riferito dagli organi di (dis)informazione di massa lo “storico” accordo – in pejus! – siglato il 31 maggio 2013 dalle tre maggiori sigle sindacali (FIOM compresa) non “accomuna” il mondo del lavoro privato a quello pubblico ma – se possibile – lo peggiora ulteriormente. La “ratio” della, cosiddetta, “esigibilità” – necessaria ai padroni per rendere immediatamente operativi contratti peggiorativi in tutti i comparti del mondo del lavoro – infatti, inibisce persino il diritto di sciopero ovvero un diritto soggettivo inalienabile sancito dalla Costituzione e, ora, “violentato” per norma pattizia. Il che tradotto in italiano significa che a maggioranza “semplice” si cancella un diritto individuale contro il quale – individualmente – sarà necessario ribellarsi.

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Non staremo qui a fare la cronistoria di tutti i – progressivi e perdenti – accordi al ribasso siglati negli ultimi 25 anni dal sindacalismo che – a questo punto – non esitiamo a definire “padronale” limitandoci a constatare che – con quest’accordo – è stato compiuto l’ultimo e definitivo atto di imperio ai danni della classe lavoratrice iniziato nel lontano 1990 con la promulgazione – su imput confederale – della legge 146/90 finalizzata alla “regolamentazione” – in funzione antioperaia – del diritto di sciopero nei servizi pubblici.
Una “regolamentazione” imposta dai confederali per impedire altre “fughe a sinistra” di consistenti frange di lavoratori pubblici (organizzati nei Comitati di BASe) che – nella scuola ad esempio – avevano strappato, nel 1988, con lo sciopero degli scrutini ad oltranza (che benpensanti e chierici del sindacalismo perbenista definirono “selvaggio”) un aumento salariale di 500mila delle vecchie lire.
Ai lavoratori chiediamo una risposta adeguata che sia conforme alla gravità del momento e che associ un messaggio chiaro ed inequivocabile indirizzato ai vertici confederali: sommergiamoli di revoche!
Dal momento che i vertici confederali stanno sempre più assumendo atteggiamenti, lessico e comportamenti “padronali” l’unica “arma” rimasta ai lavoratori è quella che – da sempre – fa più male ai padroni: colpirli nel portafogli! Tanto più grande ed immediato sarà il “danno economico” subito tanto più in fretta riusciremo a fargli fare … retromarcia!
Alla, variegata, galassia del sindacalismo di base, conflittuale o comunque “aggettivato” rivolgiamo un appello: è inutile rivolgersi al “Capo” dello Stato, alla magistratura (la vicenda Marchionne/Pomigliano docet!) o a qualche altro “salvatore della patria” (a cominciare da … Giorgio Cremaschi) perché non “si caverà un ragno dal buco”.

E’ il momento dell’assunzione di responsabilità e della disobbedienza civile pagandone – se necessario – lo scotto perché – come predicava, negli anni ’60 – don Lorenzo Milani: “ribellarsi ad una legge – sbagliata – dello Stato è giusto!”

U.S.I.-A.I.T. Puglia

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From → anarcosindalismo

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