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In regime di dittatura “proletaria

agosto 22, 2013


Da qualche tempo in un “social group” di discussione un “professore” – tale Stefano Garroni – dopo aver premesso (testuale): (…)” Io penso piuttosto a un partito che entro il confine della disciplina nell’azione discute di tutto, con tutti, e su tutti; persino su Lenin (…)” senza, peraltro, esplicitare una sola parola di dissenso nei confronti del “santo mummificato e venerato” – per oltre mezzo secolo – in quel di Mosca ci accusa di … “non conoscere la Storia” … sempre guardandosi bene dal fornire riscontri storici verificabili e attendibili a conforto della tesi statalista ed accentratrice propria della “scuola” marxista leninista.
Ebbene: è assai probabile che a noi – che non abbiamo frequentato le “scuole quadri di partito” – sfugga la spiegazione “scientifica” che è stata alla base della, violenta, repressione statale scatenata dai bolscevichi – fin da subito – nei confronti di qualsiasi tipo di opposizione sociale “non allineata” al verbo marxista “coniugato” in salsa leninista. Repressione violenta mascherata da processi-spettacolo come quello che si svolse a Mosca tra il 6 giugno e il 7 agosto 1922 presso il Supremo Tribunale Rivoluzionario nel quale furono processati i capi dei socialisti rivoluzionari. Secondo esplicite indicazioni di Lenin, che invocava a gran voce “processi educativi“, il 20 giugno si tenne una manifestazione di massa cui partecipano anche il giudice Pitiakov e il procuratore del processo in corso, per chiedere la condanna a morte degli imputati: è il primo dei processi-spettacolo sovietici, istruiti non tanto per eliminare gli oppositori imputati di reati gravissimi, quanto per mobilitare politicamente la popolazione tutta sulla linea ufficiale del partito egemone. Su suggerimento di Trotskij, i giudici annunciano che le condanne a morte stabilite nella sentenza non verranno eseguite, se i socialisti rivoluzionari ancora liberi abbandoneranno l’attività politica attiva. E’ in questo periodo che si pianifica e si organizza l’irreggimentazione della gioventù nelle istituzioni educative controllate dal partito: dopo la ventata di pedagogia libertaria dei primissimi anni, nel 1921 sono reintrodotti nella scuola i sistemi educativi tradizionali, integrati però con la propaganda politica: i bambini fino 15 anni furono inquadrati nei Pionieri; dai 15 anni si accede alla Gioventù Comunista, o Komsomol, che seleziona i candidati al partito. La fase rivoluzionaria – Lenin vivente – è praticamente terminata: la controrivoluzione avanza.
In attesa delle “lezioni” di Garroni che contraddicano le nostre tesi già ampiamente espresse pubblichiamo il commento ai primi processi/farsa di Mosca formulato – il 12 agosto 1922 – dal quotidiano Umanità Nova in una nota non firmata ma attribuita ad Errico Malatesta. I grassetti ed i corsivi sono nostri. – La redazione di Senzapatria

aspettando

La giustizia secondo i comunisti dittatoriali.
Dunque i “socialisti rivoluzionari” russi sono stati condannati a morte dal tribunale di Mosca.
Dato il regime che domina in Russia non c’è di che meravigliarsi.
In tutte le epoche, in tutti i paesi quando il popolo ha rovesciato un governo ed invece di persistere nell’opera di liberazione si è sottomesso ad un governo nuovo, questo, per restare al potere ed impedire che la rivoluzione continuasse e si sviluppasse, ha sempre usato mezzi di repressione uguali o peggiori di quelli adoperati dal regime caduto. I cosiddetti “tribunali rivoluzionari” sono sempre stati ingiusti al pari dei tribunali militari e, col pretesto di difendere “la rivoluzione” come gli altri difendono “l’ordine”, hanno diretto i loro colpi principalmente contro i rivoluzionari che minacciavano il potere frescamente installato.
Ma i governanti russi sono uomini di progresso, uomini di teorie, che hanno sempre pronto qualche versetto di Marx per interpretarlo a loro modo e giustificare qualunque errore e qualunque infamia, e non potevano seguire pedissequamente la tradizione. Essi hanno voluto perfezionare e hanno trovato un mezzo atroce per tentare di paralizzare l’attività degli amici condannati: hanno sospesa l’esecuzione della sentenza e dichiarato che i condannati saranno uccisi appena i loro compagni faranno qualche cosa che dispiaccia al governo.
Non si può dire che questa specie di ricatto sia un’invenzione geniale dei luminari di Mosca: poiché briganti, poliziotti e soldati conquistatori hanno spesso impiegato mezzi simili, come per esempio arrestando e torturando i parenti delle persone prese di mira. Non crediamo però che la cosa sia stata mai elevata a sistema giuridico: l’onore era riservato a quelli che pretendono ancora di essere alla testa del proletariato rivoluzionario.
Caratteristico il modo come Boris Souvarine, un fiduciario del governo di Mosca, commenta e giustifica la sentenza in L’Humanité, giornale comunista di Parigi:
I bolscevichi – dice il Souvarine – non hanno l’ipocrisia di pretendere di far giustizia. Come tutti i marxisti rivoluzionari di tutti i paesi essi sanno che la giustizia non esiste e che essa non è altro che l’espressione degli interessi di una classe.
Negli stati capitalisti la giustizia vi è amministrata dai borghesi a favore dei borghesi. Nell’unico stato comunista che esista, la giustizia deve essere amministrata a favore del proletariato e serbarsi fedele alla rivoluzione. Pitiakov lo ha proclamato con forza all’inizio del processo. Il tribunale è al servizio della classe operaia attaccata da innumerevoli e implacabili nemici ed ha per missione di aiutarla nelle sue vittorie. Il processo non è una questione di giustizia, esso è solo un episodio di guerra civile”
.
Con queste teorie ci domandiamo come possono fare i comunisti a trattare i fascisti da quello che sono, cioè briganti, selvaggi, negatori di ogni conquista civile!
Come si può tutti gli anni commemorare la Comune di Parigi ed indignarsi dei massacri fatti dalle orde versagliesi! E’ vero che la “giustizia” è stata sempre in mano dei dominatori: una menzogna per mascherare interessi privati o di classe e giustificare tutte le violenze, tutte le infamie perpetrate a danno dei vinti. Ma il solo fatto che i governi sentono il bisogno di una maschera di moralità e di giustizia già dimostra che, attraverso le mille lotte che hanno afflitto l’umanità, si è sviluppato un sentimento morale superiore che resta, o dovrebbe restare, una conquista definitiva.
I bolscevichi rinunciano persino a quest’ultimo omaggio alla virtù ed alla giustizia che si chiama ipocrisia. Essi hanno il merito di essere franchi e sfacciati.
Ma verso quale abisso di tirannia vogliono risospingere il mondo questi pretesi rivoluzionari?
Essi dicono che rappresentano gli interessi di una classe. Noi crediamo che compito della rivoluzione debba essere l’abolizione delle classi; ma, infine, poiché essi non sanno considerare tutta la popolazione come degna d’interesse, qual è la parte, qual è la classe che realmente rappresentano?
Parlano di proletariato, e come proletariato intendono i soli operai industriali. Anzi i soli operai “coscienti”, anzi i soli iscritti al partito comunista, anzi la sola camarilla dei governanti.
E sono così pochi fanatici, circondati da un numero ristretto di scherani e di parassiti, che intendono avere il diritto di vita e di morte su tutti, e disporre delle sorti di un popolo, che ha fatto la più gloriosa delle rivoluzioni!

Cfr. Umanità Nova – quotidiano anarchico n. 183 – 12 agosto 1922 – Nota non firmata.

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From → Memoria storica

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