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Sulla necessità di una legge sulla … rappresentanza

settembre 15, 2013

IL GIOCATTOLO DELLA RAPPRESENTANZA ED IL DIRITTO DI SCIOPERO

PREMESSA

Il recente accordo del 31 maggio tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria (che riguarda il solo settore privato) ha riportato all’attenzione del mondo sindacale il tema della cosiddetta rappresentanza e della democrazia nei luoghi di lavoro.

L’accordo ha suscitato grande attenzione perché ha segnato una sorta di prima ricomposizione tra i sindacati concertatativi, dopo le tensioni degli scorsi anni.

Alle spalle di questo accordo stanno le recenti vicende alla FIAT, là dove Marchionne ha inaugurato una nuova fase della aggressività padronale tesa a cancellare l’agibilità sindacale per chiunque non sia incondizionatamente complice della volontà aziendale: non più solo le minoranze radicali del sindacalismo alternativo, ma anche la non certo estremista FIOM-CGIL.

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La filosofia contrattuale di Marchionne è sintetizzabile nella formula: “se non firmi tutto quello che dico io stai fuori dalla fabbrica indipendentemente da quanti lavoratori organizzi”.

Niente di particolarmente originale ma certo chiaro e limpido.

La vicende della FIAT hanno avuto poi un approdo giudiziario rilevante con la Sentenza N.231 del 3 luglio 2013 della Corte Costituzionale

Questa sentenza, risultato del’azione legale della FIOM-CGIL, ha infatti dichiarato la illegittimità costituzionale dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori così come uscì modificato dal referendum del 1995.

Per chi non lo ricordasse, l’articolo 19, nella sua forma originaria, dava la possibilità legale di costituire rappresentanze sindacali aziendali: a) nell’ambito delle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale; b) nell’ambito di quei sindacati non affiliati a tali confederazioni ma che fossero firmatari contratti applicati all’unità produttiva in questione.

Nel’ 95 si svolsero due referendum nazionali, che da punti di vista diversi contestavano tutte il cosiddetto monopolio della rappresentanza da parte di Cgil, Cisl e Uil.

Il primo, quello più radicale, chiedeva l’abolizione totale dell’articolo 19 ed il rinvio ad una cosiddetta Legge democratica sulla rappresentanza. Questo referendum non riuscì a raggiungere il quorum.

Il secondo referendum, promosso da forze di contestazione interna alla Cgil, chiedeva l’abolizione della sola parte che riguardava il criterio delle “confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale”, lasciando invece in piedi il criterio dei “firmatari di contratto applicato all’unità produttiva”.

Questo secondo referendum riuscì a vincere e determinò uno dei più rocamboleschi autogol che la storia sindacale ricordi. Molti lavoratori ed anche militanti attenti andarono in buona fede a votare SI ad entrambi i referendum pensando di contribuire comunque ad una maggiore libertà sindacale, inconsapevoli delle nefaste potenzialità che il secondo referendum portava con sé.

E’ evidente che se per avere i diritti sindacali in azienda, devi per forza firmare i contratti, il padrone alla bisogna ti ricatta: “o firmi o sei fuori anche se hai tanti iscritti”.

Naturalmente i padroni questo lo facevano già, anche senza la sanzione legale, tutte le volte che i rapporti di forza glielo permettevano. Ma la sanzione legale peggiora e di molto le cose.

Ci sono voluti 18 anni perchè molti, tra cui la FIOM, comprendessero questa semplice realtà.

C’è voluta la tracotanza di Marchionne per portare pienamente alla luce il potenziale fascismo sindacale uscito da un referendum che voleva affermare una maggiore “democrazia sindacale”.

Quando Marchionne affermava diceva di agire a norma di legge, diceva il vero.

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D’altra parte, anche nel pubblico impiego, il tentativo di allargare gli spazi per i sindacati conflittuali, ha avuto, già negli anni ’90 pessimi effetti pratici (leggi al terzo paragrafo).

Ciò nonostante quasi tutto il sindacalismo alternativo (praticamente tutti tranne noi dell’USI-AIT) ha continuato a perseguire l’obbiettivo di una legge che regolamenti nel dettaglio la vita sindacale. Nel perseguire questo obbiettivo i leaders alternativi sono stati costantemente protesi alla ricerca di improbabili “sponde” e “spondine” parlamentari.

Ieri come oggi misuriamo una distanza notevole tra quello che dovrebbero essere le naturali propensioni di un sindacalismo di base e come viene concretamente affrontato il tema della rappresentanza sindacale.

Quando sentiamo esponenti di rilievo del sindacalismo alternativo affermare che sul tema della rappresentanza sindacale “il Parlamento deve riappropriarsi delle “sue prerogative”(sic!) o “che va verificato il Movimento 5 Stelle come possibile sponda parlamentare sul tema della democrazia sindacale” (arisic!), ci cascano letteralmente le braccia.

Per altro l’obbiettivo di una Legge sulla rappresentanza è oggi sostenuta da un ventaglio di forze ampio e paradossale: da USB, Cobas e CUB fino a Marchionne, passando per la FIOM e la Cgil.

E’ indicativo che Marchionne, registrata la sentenza della Corta Costituzionale sulla (ovvia) incostituzionalità dell’articolo 19, ha chiesto a gran voce una Legge che regoli la vita sindacale e che permetta di “investire in Italia”.

A noi sembra abbastanza semplice prevedere quale sarà la direzione in cui il Parlamento regolamenterà la materia sindacale, ammesso e non concesso che effettivamente mai lo faccia.

Difficile pensare che il Parlamento sia più sensibile alle istanze dell’USB o dei Cobas, piuttosto che a quelle di Marchionne o di Cgil-Cisl-Uil.

Per leggere tutto il documento clicca qui.

UNIONE SINDACALE ITALIANA (USI-AIT) – SEZIONE FIRENZE

Sede Borgo Pinti 50 rosso Firenze

Email: usisanita.careggi@gmail.com

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From → anarcosindalismo

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