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Alla Bridgestone di Bari passa il “modello” IG Metal

ottobre 1, 2013

Prima di entrare nel merito dell’accordo – in pejus! – sottoscritto nelle ultime ore dai sindacatoni di categoria (CGIL in testa) ci sia consentita la formulazione di alcune osservazioni di merito.
Come sindacato assembleare ed autogestionario abbiamo sempre ribadito la centralità dell’assemblea come unico momento decisionale veramente vincolante per coloro i quali si trovano investiti dell’onere di rappresentare gli interessi dei lavoratori al tavolo della trattativa. Ponendo – per assurda – l’ipotesi che di decisione assembleare si tratti nel caso in questione (e non lo è) si pone una – ulteriore – osservazione: è, umanamente, impossibile decidere serenamente del proprio futuro avendo una … pistola puntata alla tempia.
E’ accaduto a Pomigliano e Mirafiori … non ci sorprende che accada alla Bridgestone di Bari: non c’è “coraggio” che tenga di fronte ai brontolii di una pancia vuota, all’affitto (o mutuo) da pagare, ai figli da mantenere agli studi, a una – improrogabile e costosa – terapia medica e via … elencando.

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E così un accordo che riduce l’orario di lavoro e decurta la busta paga (unitamente all’accompagnamento – più o meno – spontaneo all’agognata pensione dei “rottamati” per antonomasia) costituisce – per i sindacati filo-governativi – il miglior accordo possibile … nelle “condizioni date” (sic!). Dal punto di vista “concertativo” non ci piove. Il loro mestiere consiste nell’ammorbidire gli effetti nefasti della crisi finanziaria in atto da anni preservando e garantendo – contestualmente – lauti profitti ai padroni: siano essi nazionali o “globali”. A nessun “mestierante del sindacato” è venuto in mente che – in periodo di crisi – è necessario pretendere dal padrone la diminuzione dell’orario di lavoro (che garantisce l’occupazione di tutti) a parità di salario che tutela il potere d’acquisto delle fasce più deboli della popolazione e riduce – in proporzione alle responsabilità poiché la crisi non è stata provocata dai lavoratori – i profitti delle multinazionali come la giapponese Bridgestone. Men che meno tale ipotesi risulta mai formulata nelle assemblee o nelle “cene di lavoro” aventi – come commensali – i già citati “mestieranti”.

A ben guardare è tutta qui la differenza tra il sindacalismo filogovernativo e quello … rivoluzionario (ebbene sì pronunciamola la … “parolaccia” tanto invisa al duo Camusso/Landini): la ragione sociale di CGIL, CISL, UIL è quella di consentire sempre e comunque facili arricchimenti ai pescecani dell’industria e della finanza garantendo ai lavoratori quel salario minimo di sussistenza che non li induca a prendere coscienza della propria condizione di schiavi sfruttati e malpagati inducendoli alla ribellione. Mentre il sindacalismo rivoluzionario punta – semplicemente – all’eliminazione del regime capitalistico basato sullo sfruttamento dell’uomo sui suoi simili.

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Ai nipotini di Giuseppe Di Vittorio di cui fanno sfoggio in tutte le occasioni pubbliche rammentiamo quanto deliberato – nel 1910 – dalla Camera del Lavoro di Minervino Murge (di cui Di Vittorio era segretario) riunita in Congresso regionale: “Il Congresso riconoscendo che la gioventù socialista deve essere all’avanguardia di ogni movimento di rivendicazione e di emancipazione del proletariato, riconoscendo, inoltre, per le dolorose esperienze del passato, come sia dannoso il riformismo tanto nel campo delle idee come in quello della pratica operaia, avendo gettato alle ortiche la bandiera del socialismo, considerato che l’azione diretta delle masse rivoluzionarie è la sola azione che ormai debbono consigliare i veri socialisti, lungi dalle illusioni delle inutili e dannose schermaglie elettorali che fuorviano il proletariato dalla retta via, convinto che l’antimilitarismo dovrebbe essere il perno dell’azione giovanile; delibera di aderire alla gloriosa federazione nazionale di Parma che, sola, rispecchia le nostre idee e che, in questo momento, è bersagliata dall’ira reazionaria”.

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E’ appena il caso di sottolineare che la “Federazione nazionale di Parma” a cui si allude è quella corrente interna alla CGdL denominata Comitati di Azione Diretta da cui nascerà – nell’autunno del 1912 – l’Unione Sindacale Italiana.

pasquale piergiovanni

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One Comment
  1. Peppe permalink

    non basta citare la storia o scrivere anarchia nei nostri programmi perchè si vinca o si avveri come fosse una formula magica , bisogna costruire le condizioni per cui accada detto ciò forse non avete parlato con gli operai per sapere cosa ne pensano anzi perchè non avete proposto loro di fare come il biennio rosso , sarebbe stata una gustosa scena cui partecipare !

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