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Una strage di uomini

ottobre 7, 2013

I morti possono restare. Il governo italiano concede la nazionalità alle vittime del naufragio di Lampedusa mentre i superstiti sono stati denunciati per immigrazione clandestina e rischiano 5mila euro di multa e l’espulsione. Questi i commenti della stampa estera in merito agli equilibrismi di un governo “delle larghe intese” che – di grande – ha solo la faccia tosta e l’ipocrisia. Di seguito una nota di Giacomo Pisani pubblicata su alfabeta2. redazione

Una strage di centinaia persone generalmente scatenerebbe reazioni di portata altrettanto grande. Un’ecatombe di tali dimensioni è umanamente atroce ed esige prepotentemente un’indagine rapida sulle cause, la ricerca dei colpevoli, l’elaborazione di rimedi. Perché ciò non accada mai più.

Si ricorderà per una tragedia altrettanto grave, ma molto più contenuta nelle dimensioni, come quella della Costa Concordia, l’amplificazione mediatica che ha portato l’evento a divenire parte fondamentale del sentire comune. Tutte le dinamiche e i rischi connessi con l’avvicinamento delle crociere alle coste, fino ad ogni dettaglio riguardante gli aspetti controversi della vicenda sono penetrati nel sapere collettivo. Questo è avvenuto nelle forme più varie, spesso distorte o banalizzate, ma è innegabile che i fattori di rischio connessi con quella tragedia sono stati assunti dalla maggior parte della gente, stimolando una maggiore attenzione rispetto alla sicurezza in mare.

Nel caso di Lampedusa c’è qualcosa di diverso. Nella maggior parte dei titoli sui giornali si legge “strage di migranti”. La categoria del migrante, in un evento di tragicità immane dal punto di vista umano, è decisiva. Quella negatività estrema, che porterebbe inevitabilmente ad una disperazione ammorbante, alla ricerca spasmodica delle cause e delle soluzioni, perché la vita è ridotta a mucchi di corpi immobili in fila su un’isola, è immediatamente ridimensionata. La categoria del migrante conduce quell’evento così terribile entro una dimensione di normalità, che ne riconduce la straordinarietà ad una ragione puramente numerica. Lampedusa è una strage enorme perché sono morti più migranti del solito.

italia

È incredibile la potenza della categoria in questione. Basta quella a far cambiare tutto, a rendere la morte di centinaia di persone un fatto usuale, certamente non incommensurabile rispetto alle nostre categorie. Se tante persone morissero in un naufragio o per un’avaria rimarremmo completamente spiazzati, mortificati, denudati delle nostre certezze. Percepiremmo la tragedia di vite riversate in un mare di benzina, l’assurdità di un barcone fatiscente caricato di corpi affamati di speranza, la lotta della nuda vita contro le fiamme e le onde, la morte che ti entra nei polmoni e che cancella ogni sogno, ogni idea che giaceva sull’altra sponda del Mediterraneo.

Questo evento farebbe crollare ogni riferimento, ci spingerebbe a cercare le cause e le soluzioni, perché lo spazio mediatico si riempirebbe di troppi quesiti, sarebbe carico di troppa ansia di verità. La politica dovrebbe dare delle risposte, vagliare le responsabilità, ricostruire una visione in cui rientrino i fattori di rischio che hanno provocato quella tragedia per rimettere il futuro in sicurezza, riconoscendo la giusta dignità alla vita.

Ma basta la categoria del migrante a placare ogni ansia, a rimettere a posto il nostro quadro di certezze. Le stragi di vite che si spingono oltre il Mediterraneo a bordo di carrette sono all’ordine del giorno e Lampedusa si inserisce in questa lunga linea, con un esubero di vittime. Eppure la forza di quella categoria potrebbe essere la chiave di volta di questa addomesticazione alla tragedia. Il fatto che il migrante sia di per sé stesso una categoria tragica, fatta di persecuzione, di reclusione se non addirittura di morte potrebbe indurci ancor più ad oggettivare il problema.

Sarebbe però forse ancor più disarmante scoprirsi corresponsabili di una strage. Di un assassinio sistematico, che consegna la vita alle carrette del mare pur di recludere l’alterità e negare l’accesso al migrante. Ciò che consideriamo è il migrante rinchiuso nei CIE, esposto all’immagine pubblica del clandestino usurpatore, non l’uomo ricco di storia, che sfida l’assolutezza delle nostre politiche per farci cogliere, al fondo di esse, decisione e progetti umani che investono l’esistenza intera.

Non serve, allora, richiamarsi ad argomentazioni formali per giustificare l’accoglimento del migrante. Non c’è bisogno di ripescare Kant e il diritto di visita che a tutti spetterebbe in forza dell’originario possesso comune della Terra. Così come non ci serve riprendere Marx e mettere in questione la proprietà privata per cogliere l’umanità del ladro. Basta assumere questo riconoscimento originario per rimettere in questione leggi assurde che mortificano l’esistenza e la riducono a corpi da coprire sulle spiagge. In questo senso il migrante è una sfida alle nostre categorie e ai nostri diritti, perché possano calarsi nei processi che investono la vita al di là del Mediterraneo e riaffermare la possibilità di esistere dignitosamente.

Giacomo Pisani

FONTE

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From → Solidarietà

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