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Per il lavoro e la dignità sì ma … senza derogare ai principi dell’azione diretta

dicembre 11, 2013

Circa 80/100 persone hanno seguito – martedì 10 dicembre – l’assemblea convocata dal coordinamento Ross@ pugliese alla quale hanno aderito numerose realtà lavorative territoriali ed alla quale è intervenuto il referente nazionale: Giorgio Cremaschi. L’Unione Sindacale Italiana è stata rappresentata dal Coordinamento Lavoratori Tessili che ha parlato subito dopo l’intervento de moderatore (Pasquale Voza) e della relatrice Loredana Signorile.
Di seguito sintetizziamo l’intervento del Coordinamento Lavoratori Tessili.

rossa

Dopo essersi presentato ed aver, brevemente, ricordato i lavoratori cinesi vittime del profitto nel tragico rogo di Prato il relatore ha formulato una, sintetica, presentazione dell’USI-AIT; dalle origini – come corrente organizzata all’interno della CGdL – fino alla sua costituzione: novembre 1912. Senza trascurare il ruolo svolto nella lotta antifascista e nella difesa delle Camere del Lavoro attraverso l’adesione agli Arditi del Popolo fino al Regio decreto che ne decretò la messa al bando con la, conseguente, chiusura di tutte le sedi non ancora distrutte e l’arresto o l’esilio per la maggior parte dei militanti più attivi.
In virtù della sua storia e coerentemente ad essa è stato ribadito la non disponibilità dell’USI ad “inciuci” politici o sindacali finalizzati a riportare all’ovile le “pecore” (ovvero i lavoratori) recalcitranti ad adeguarsi agli imput confederali del duo Camusso/Landini chiarendo – a scanso di equivoci – che l’USI-AIT appoggerà ed incoraggerà – sempre – tutte quelle lotte autogestite dal basso che rendano i lavoratori protagonisti del loro destino e ne accresca la forza e la consapevolezza sociale.

Due parole sono state dedicate all’accordo del 31 maggio 2013 che conferma e consolida il monopolio dei diritti per i sindacati padronali e assesta il colpo di grazia alle già limitatissime prerogative sindacali esistenti. A parere del delegato USI-AIT commetterebbe un grave errore di valutazione chi interpretasse l’accordo del 31 maggio (e quelli a seguire) come un problema dei sindacati. Ci troviamo, infatti, di fronte ad un modello di relazioni sociali – quello corporativo democratico fondato sulla collaborazione (concertazione) tra governo, sindacati e associazioni padronali – che tende a porre fuori legge ogni forma di organizzazione indipendente dei lavoratori non mediante l’indebolimento dei sindacati padronali ma, al contrario, mediante il loro rafforzamento “ope legis”: ovvero in forza della legge. La Confindustria, insomma, ha deciso di non seguire la Fiat sulla strada dello scontro sociale con la CGIL e di puntare ad un compromesso sociale, una sorta di “larghe intese sindacali” parallele e complementari alle larghe intese politiche. In questo contesto la richiesta di una nuova legge sulla rappresentanza avanzata anche dalla rete 28 aprile e da Giorgio Cremaschi (oltre all’USB) è velleitaria e perdente perché consegna il coltello – dalla parte del manico – nelle mani di soggetti che si definiscono … “carnefici” sociali. Ma c’è un altro motivo che ci induce a disapprovare tale proposta poiché una legge sulle prerogative sindacali esisteva già ed era la legge 300/70. Va rammentato che essa non fu “una gentile concessione” del governo ma fu strappata con la vasta mobilitazione del biennio 68/69, con oltre 600mila schedature (ad opera della polizia politica) di lavoratori/trici, con anni e anni di carcere. In questo contesto si rammenta che quella che, a tutti gli effetti, resta la conquista più avanzata del movimento operaio fu votata dalla DC e dal PSI ma non dal PCI preoccupato (a causa del rafforzarsi della sinistra extraparlamentare) a non essere scavalcato a sinistra. Una intransigenza “tattica” (a fini elettorali) e puramente verbale dal momento che già nel 1977 – ovvero appena 7 anni dopo – con la “svolta dell’Eur” – mirante a bloccare la scala mobile – enunciata da Luciano Lama cominciò la lenta “retromarcia” denominata “compromesso storico”. Una retromarcia che – a furia di concessioni e “concertazioni” – ci porta ai giorni nostri.

Altrettanto velleitaria appare la proposta avanzata – un paio di settimane fa attraverso gli organi di stampa – da Giorgio Cremaschi di regolamentare – per via legislativa – la “fuoriuscita” dei dirigenti sindacali vincolandoli – per cinque anni – a non ricoprire incarichi politici o di dirigenza (in imprese pubbliche o private) di rilievo poiché tale, palese, “conflitto di interessi” lo si risolse soltanto applicando rigorosamente la rotazione degli incarichi: perché quello del sindacalista non è un mestiere!

In seguito alle insistenze del moderatore che esorta alla conclusione Pasquale Piergiovanni evita di enunciare le ragioni della crisi finanziaria che ci attanaglia e ci strangola dal 2008 … non fosse altro perché ripeterebbe – con lessico diverso – cose già dette da altri relatori. Non si esime però dall’esprimere un netto dissenso rispetto agli strumenti proposti dai relatori in un volantino distribuito nel corso dell’assemblea sul quale si concorda su un unico punto: quello relativo al ripudio del debito pubblico accumulato negli ultimi 25 anni. Per il resto – a cominciare dalla raccolta firme per un referendum sui trattati fiscali europei il dissenso è netto.
Le proposte dell’Unione Sindacale Italiana sono chiare e si riassumono in due punti qualificanti ed irrinunciabili da rivendicare con forza da tutte le realtà lavorative in lotta:
1. La riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario e senza aumento della produttività;
2. L’esproprio immediato e l’autogestione – sotto controllo dei lavoratori stessi – di tutte le aziende che – dopo aver intascato soldi pubblici – delocalizzano.
Poiché è ormai pacifico e condiviso da tutti che gli ammortizzatori sociali sono solo l’anticamera del licenziamento – una sorta di accanimento terapeutico – che si ripercuote sull’intero corpo sociale mentre, al contrario, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e senza aumenti produttivi è l’unico modo per redistribuire il lavoro che c’è e far sì che non siano – ancora una volta – i lavoratori a pagare i costi di una crisi finanziaria che non hanno provocato e di cui, finora, sono stati le vittime sacrificali.

Pasquale Piergiovanni

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