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Kronštadt marzo 1921 …

dicembre 28, 2013

quando la rivoluzione diventa un affare di partito …

Tomasz Parczewski (Foma Jakovlevič Parčevskij), Kronštadt nella rivoluzione russa, Cooproduzione Colibrì, Paderno Dugnano (Milano) e Candilita (Napoli), 2013. Traduzione di Alina Maria Adamczyk, A cura di Giuseppe Aiello.

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Kronštadt è un nome che incarna la mitologia della rivoluzione russa: il 25 ottobre 1917 ne segnò l’inizio con le cannonate dell’incrociatore Aurora; il 18 marzo 1921 ne segnò la fine con l’assalto e la repressione dell’Armata Rossa.

Kronštadt è una città fortezza di circa 40mila abitanti; sorse nel 1704 sull’isola di Kotlin, posta nella parte terminale del golfo di Finlandia, davanti a Pietrogrado, da cui dista 28 chilometri, per garantirne la difesa. Fu la principale base navale russa del Baltico e sede di un grande arsenale.

L’autore del libro, Tomasz Parczewski, era un suddito polacco dell’impero zarista; nel 1912, si trasferì con la famiglia a Kronštadt, per insegnare; durante la guerra fu ufficiale nella locale guarnigione, dove lo colse la rivoluzione del febbraio 1917. In maggio, il Soviet lo nominò commissario (governatore) della città. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, ritornò all’insegnamento, che svolse prima a Kronštadt poi a Pietrogrado, fino all’estate 1921, quando ritornò in Polonia. In quanto polacco, egli fu accesamente antizarista e salutò con gioia la rivoluzione di febbraio; il suo orientamento politico era democratico radicale, con vaghe simpatie socialiste; inizialmente fu estraneo alle vicende russe ma finì per esserne coinvolto anima e corpo, divenendone un attento testimone. Di questi anni cruciali, Parczewski ci ha lasciato una vivace cronaca su un episodio simbolo – la repressione della rivolta di Kronštadt – che concentra tutta la tragedia della rivoluzione russa, di cui egli fu partecipe ma non protagonista, se non marginalmente. Nella sua narrazione ci sono inevitabili errori (sempre corretti dai curatori) e a volte giudizi discutibili, ma sono piccole cose che reggono benissimo il confronto con una più «scientifica» ricostruzione storica. Anzi, la corroborano [vedi: Ettore Cinnella La rivoluzione russa, Storia Universale, Corriere della Sera, Milano, 2005, pp. 643].

Di fronte a questa tragedia viene ancora una volta da domandarsi come essa fu possibile. Senza ricorrere a quelle frasette di circostanza che troppe volte si sono arrampicate sugli specchi in cerca di impossibili giustificazioni, in cui indulge anche Paul Avrich, il maggiore storico su Kronštadt [vedi: Paul Avrich, Kronstadt 1921, Mondadori, Milano, 1971].

Kronštadt non fu la fine della rivoluzione russa, che era già finita, fu la fine del partito bolscevico, che si fece Stato.

L’illusione bolscevica

I marinai, i soldati (artiglieri e genieri), gli arsenalotti e i portuali di Kronštadt erano in gran parte operai alfabetizzati, a contatto con le più moderne tecnologie e, nelle miserabili condizioni russe, costituivano l’anima proletaria più evoluta e decisa delle forze rivoluzionarie: erano anarchici, menscevichi socialisti rivoluzionari e soprattutto bolscevichi. All’inizio del 1917, ebbero un ruolo trainante nei confronti delle manifestazioni di operai e soldati che, a Pietroburgo, fecero cadere lo zar. Poi, nella conseguente lotta contro la guerra, il loro punto di riferimento furono i bolscevichi, di cui formarono il nerbo, contribuendo al successo della rivoluzione d’Ottobre.

A Kronštadt, gli anni della guerra civile determinarono grandi mutamenti; i marinai e i soldati furono mobilitati sui vari fronti, ma la dispersione non poteva cancellare il ricordo della precedente lotta, mentre il contatto con una realtà ben diversa da quella auspicata se creava delusione riattizzava anche il mai sopito spirito sovversivo, che si tradusse nella rottura con i bolscevichi. Ma fino a un certo punto.

Nel marzo 1921 i marinai, i soldati e il popolo di Kronštadt affrontarono lo scontro con grande coraggio ma con grande ingenuità politica. Non immaginavano – e come potevano? – di avere di fronte gli eredi dei versagliesi che nel 1871 annientarono la Comune di Parigi. I bolscevichi rappresentavano pur sempre un partito operaio e un governo sovietico, ovvero un governo degli operai e dei contadini. Con questo governo sovietico, i comunardi di Kronštadt volevano dialogare, per stabilire un governo veramente sovietico e non di un partito. Essi riponevano le loro speranze negli operai di Pietrogrado che all’inizio dell’anno, come a Mosca e in tante altre località, erano scesi in lotta contro condizioni di vita impossibili, tra miseria e repressione. Essi non immaginavano che contro quegli operai si stava abbattendo inesorabile la scure della repressione bolscevica che voleva troncare sul nascere ogni contatto tra la città ribelle e i focolai di rivolta operaia.

Dall’ottobre 1917, molte cose erano mutate nel partito di Lenin, anche se le premesse c’erano tutte nella concezione di un partito di élite, di un partito di «rivoluzionari di professione». Grazie a queste premesse, i «rivoluzionari di professione» seppero costruire le proprie fortune, a scapito e contro le masse.

La guerra civile aveva scatenato contro il governo sovietico un fronte ampio ma diviso. Nelle armate bianche erano presenti forze decisamente reazionarie che non incontravano certo le simpatie della maggioranza della popolazione russa e tanto meno delle minoranze nazionali, a partire dagli ucraini. I Paesi capitalisti che sostenevano con uomini e mezzi il fronte antisovietico erano a loro volta in contrasto su quale schieramento politico appoggiare. In queste circostanze, alla pavida borghesia russa il governo bolscevico apparve come il «male minore». Nel frattempo, partito e Stato erano diventati fonte di occupazione e di sostentamento per un crescente strato sociale. Non solo. Il cosiddetto comunismo di guerra (estate 1918), nazionalizzando le aziende, lasciò vacanti molte funzioni dirigenziali che offrirono nuove occasioni di carriera. Di conseguenza, tutti coloro che avevano legato il loro destino al governo bolscevico fecero di tutto per difenderlo. Scelta spesso obbligata, quando l’alternativa era la fame o il colpo alla nuca.

Comunisti di carta …

E così, mentre dalla porta gli operai abbandonavano il partito di Lenin, dalla finestra vi entravano i funzionari, provenienti da una piccola (e a volte grande) borghesia allo sbando, ma pronta a vendersi al miglio offerente, con in testa la cosiddetta intellighenzia, tanto cara a Lenin, e in coda immancabili frange plebee. Un bel milieu, «comunisti di carta», li definisce Parczewski. Comunisti di … che facendo di necessità virtù commisero a cuor leggero le peggiori nefandezze contro gli operai, verso i quali non avevano mai nutrito un particolare affetto.

Nelle giornate di marzo in cui l’Armata Rossa massacrava i comunardi di Kronštadt, il governo bolscevico, il 16, siglava l’accordo commerciale ango-russo, con ampie concessioni a favore del capitale inglese e, sempre il 16, firmava il trattato di amicizia con la Turchia che dava mano libera alla pesante repressione kemalista contro i comunisti turchi. Il 18 marzo, il governo si decise infine a firmare il trattato di Riga con la Polonia che, ristabilendo lo status quo ante, seppelliva le velleità di «esportare» la rivoluzione in Occidente.

Contemporaneamente, in Germania, con il fallimento della cosiddetta «azione di marzo», si chiudeva il periodo rivoluzionario aperto nel gennaio 1919 con l’epopea spartachista; il grande Partito comunista tedesco avrebbe finito per sottomettersi a Mosca, aprendo la strada a Hitler.

Nel frattempo, l’8 marzo, il Decimo congresso del Partito Comunista Russo (bolscevico) aveva vietato le correnti e varato la Nuova Politica Economica (la Nep): da un lato sanciva il regime dittatoriale del partito monocratico e dall’altro legittimava il borghese che risorgeva dalle rovine del «comunismo di guerra», prima borsaro nero poi nepmen. Così facendo, Lenin riesumava la vecchia consuetudine del dispotismo zarista, di ricondurre allo Stato ogni espressione della società civile.

A quello stesso congresso, il 15 marzo, Lenin si lasciò scappare una frase che, smentendo le calunnie sempre ripetute su presunti rapporti tra gli insorti e i controrivoluzionari «bianchi», svelava i veri scopi della repressione: «Colà [a Kronštadt] non si vogliono le guardie bianche e non si vuole il nostro potere, ma non ce n’è un altro» [Lenin, Opere Complete, Editori Riuniti, Roma, 1967, vol. XXXII, p. 209]. In poche parole, l’unico potere era quello bolscevico.

In giugno, il Terzo congresso dell’Internazionale comunista varò la tattica del Fronte Unico con i partiti socialdemocratici, segnando la subordinazione del Komintern alla ragion di Stato sovietica che, dall’«assalto al cielo», approdava alla coesistenza pacifica con i Paesi capitalisti. E per fugare ogni dubbio sulle buone intenzioni bolsceviche, ci aveva già pensato Lenin con L’estremismo, malattia infantile del comunismo, quando «Kronštadt voleva essere più comunista dello stesso governo comunista», come scrive Parczewski.

I bolscevichi si fanno Stato

Nel marzo 1921, a Kronštadt, il Partito Comunista Russo (bolscevico) perse ogni rapporto politico con la classe operaia e diventava il terminale di un elefantiaco apparato burocratico sulla via di farsi Stato. Fu una metamorfosi rapida, esplosa in circostanze violente che non dettero tempo e modo ai testimoni di rendersi conto di quanto avveniva sotto i loro occhi.

Durante i lavori del Sesto congresso (estate 1917), Jakov Sverdlov aveva dichiarato che gli iscritti al Partito erano 240mila (in aprile, erano 79mila); alla vigilia dell’insurrezione sarebbero saliti a 400mila, dato evidentemente gonfiato [vedi: Ettore Cinnella La rivoluzione russa, op. cit., pp. 108-109]. Più attendibili i dati forniti all’Ottavo Congresso (marzo 1919, a meno di due anni dalla presa del potere): 250mila; in autunno fu decisa un’epurazione che ne ridusse il numero a 150mila. Dopo di che i criteri di reclutamento furono nuovamente allentati. Al Decimo congresso (marzo 1921), gli iscritti erano saliti a circa 750mila. Inevitabilmente, negli anni seguenti ci furono nuove epurazioni, nel gennaio 1923 gli iscritti scesero a 485.500, per poi aumentare senza soste, per diventare, nel gennaio 1928, 1.304.471. A questa data, solo l’1,7% aveva aderito al partito prima del 1917. Di pari passo mutò la composizione sociale, a scapito della componente operaia e a vantaggio di quella «intellettuale». La classificazione sociologica nasconde comunque la realtà che molti operai e contadini erano ormai divenuti funzionari, con rapporti sempre più labili con la loro condizione originaria [vedi: Leonard Schapiro, Storia del partito comunista sovietico, Schwarz, Milano, 1962, Capitolo 13, Composizione e apparato del Partito: 1917-1922].

Sulle ceneri di Kronštadt nasceva un apparato che sarebbe diventato la cassa di risonanza di violenti scontri che avevano il loro epicentro in una società imbrigliata da una trama di interessi contrastanti e avvolta in un soffocante apparato poliziesco. Fu una situazione del tutto inedita nella storia. Presentava una mostruosa commistione di vecchio e di nuovo che ha dato adito non solo a mal riposte speranze di redenzione sociale ma anche alle più diverse interpretazioni. Ma tutto è sfumato nel 1989, con il crollo del muro di Berlino. Come se nulla fosse avvenuto.

Dino Erba, Milano, 25 dicembre 2013.

Ultime voci dall’Italia su Kronštadt:

Dino Erba, Fuoco amico? Quando i comunisti sparano sugli operai, «Collegamenti Wobbly», n. 13, gennaio giugno 2008, p. 139.

Guido Caccia, L’altrocomunismo nella Rivoluzione russa. Opposizioni Rivoluzionarie nella Russia Sovietica 1917-1921, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2009 (2a), capitolo 2, La rivolta di Kronštadt.

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From → Memoria storica

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