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Strage di lavoratori tessili in Cambogia

gennaio 5, 2014

La polizia spara e uccide 5 operai tessili in sciopero

CAMBODIA-LABOUR-TEXTILE-PROTEST-UNREST

Due settimane dopo l’inizio dello sciopero delle operaie e degli operai dell’industria tessile per rivendicare il raddoppio del salario minimo dagli attuali 80$ a 160$ al mese, lo scontro si è indurito ulteriormente a causa del giro di vite operato dal governo.

Già nella giornata del 2 gennaio 2014 le forze dell’ordine avevano proceduto ad almeno 10 arresti fuori la fabbrica Yak Jin, nei pressi di Phnom Penh, e si erano lasciate andare ad azioni violente nei confronti di decine di manifestanti, coadiuvate dallo “Special Command Unit 911”, una delle unità speciali dell’esercito cambogiano.

È però nella giornata successiva, venerdì 3 gennaio, che la repressione ha mostrato il suo volto più duro. La polizia, infatti, armata di fucili AK-47, secondo quanto riportato da un fotografo della Associated Press e da alcuni lavoratori di organizzazioni per i diritti umani, ha sparato contro gli scioperanti, lasciando sul selciato almeno 3 operai senza vita e decine di feriti. Gli operai avevano bloccato una strada a circa 20km a sud della capitale del paese. Un portavoce della polizia militare, Kheng Tito, ha riferito che la polizia è intervenuta utilizzando armi da fuoco dopo che nove poliziotti erano rimasti feriti negli scontri coi manifestanti a causa del lancio di oggetti e pietre. Stesse motivazioni utilizzate da Chap Sophorn, comandante dell’unità paramilitare, che ha affermato: “Dobbiamo rimanere fermi ed essere attaccati o cosa? I miei soldati seguono obbedientemente i miei ordini. Se dico ‘attenzione’, loro rimangono attenti e se dico ‘fermi’, loro si fermano. Chi è responsabile quando diciamo [ai manifestanti] di non tirarci oggetti e loro invece continuano? Anche voi non rimarreste a guardare”.Kheng Tito ha però aggiunto dell’altro, allargando il campo dal ‘tecnicismo’ della dinamica che si è registrata in strada e inserendo il tutto in un orizzonte politico più ampio: “se gli permettiamo di continuare lo sciopero, questo si trasformerà in anarchia”. E forse è proprio questo il punto, dal momento che lo sciopero nell’industria tessile mette a rischio il settore chiave dell’economia cambogiana. 500.000 lavoratori impiegati, la prima industria alla voce esportazioni, per un valore di circa 5 miliardi di dollari per l’economia del paese: è chiaro che la mobilitazione operaia, la rivendicazione del raddoppio del salario minimo, appoggiata dal principale partito d’opposizione, il Cambodia National Rescue Party, che così mira a nuove elezioni e alla deposizione dell’attuale primo ministro Hun Sen (in carica ormai da 28 anni), mettono a repentaglio gli equilibri economici e politici nel paese asiatico.

Crackdown On Cambodian Garment Workers Striking In Phnom Penh

Ricordando a noi, qui dall’altra parte del globo, della centralità dei lavoratori e delle potenzialità di una loro mobilitazione di massa.
Nella giornata successiva (4 gennaio) il bilancio, provvisorio, delle vittime si è ulteriormente aggravato salendo a 5: Yan Vathy, 23 anni, di Prey Veng, colpito allo stomaco; Kim Pallin, 28 anni, di Phnom Penh, ed altri tre uomini non ancora identificati. Uno di loro è stato colpito alla schiena. 15 gli arrestati e più di 20 i feriti, secondo quanto riferisce Adhoc, un’organizzazione locale per i diritti umani.

FONTE

Galleria fotografica

Per visualizzare il video dell’agenzia Reuters clicca qui.

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From → anarcomedia

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