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Appunti di economia

gennaio 11, 2014

Ovvero: Sul rapporto tra l’impresa e il cosiddetto mercato

L’impresa è una attività organizzata a fini di lucro tramite la produzione e lo scambio di beni e servizi. È da rimarcare come scopo dell’esercizio di una impresa sia il conseguimento di un lucro o utile o profitto, ossia di una differenza positiva fra ricavi e costi, mentre la produzione, l’acquisto e la vendita di beni e servizi ne sono solo lo strumento necessario.
In altri termini, non la produzione di beni e servizi, né il soddisfacimento di bisogni privati o pubblici anche essenziali e vitali e neanche la creazione di posti di lavoro costituiscono lo scopo dell’esercizio di una impresa, ma “far soldi”, ossia conseguire un guadagno.
Tutto ciò è tanto evidentemente vero che, in effetti, quando, per un qualsiasi motivo, come accade in un periodo di crisi economica, viene meno la possibilità di realizzare un profitto, numerose imprese vengono semplicemente chiuse o quantomeno temporaneamente o definitivamente ridimensionate. Inoltre, la stessa ragion d’essere dell’impresa comporta che essa cerchi di pagare il minimo prezzo possibile per ciò che acquista da altri e di ottenere il massimo ricavo possibile per ciò che vende.
In questo senso può dirsi, senza intento denigratorio o offensivo, che l’impresa ha un ruolo parassitario rispetto all’ambiente esterno, ossia al sistema socioeconomico in cui opera. Si intende, cioè, solo sottolineare che essa necessariamente deve prendere dall’esterno più di quello che dà e, preferibilmente, tendere a prendere il massimo possibile e dare il minimo possibile, fino a riuscire, nei casi più favorevoli, ad ottenere gratuitamente qualcuno dei fattori produttivi.

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È il caso di sottolineare che dare il minimo possibile o, quantomeno, cercare di ridurre quanto si dà comporta, quando si tratti di costi, oneri, perdite e danni inevitabili, addossarli almeno parzialmente o, ogni volta che sia possibile, anche totalmente, ad altri soggetti, pubblici o privati. Tali soggetti potranno, a seconda dei casi, identificarsi con i lavoratori dipendenti, i fornitori, lo Stato, gli enti previdenziali, sanitari, assistenziali e per la sicurezza del lavoro ed anche l’ambiente interno ed esterno all’azienda in cui l’attività è esercitata e perfino le generazioni future. I modi di pagamento saranno, com’è ovvio, i più vari a seconda dei casi, e potranno riguardare il breve o lungo o lunghissimo termine. Essi potranno consistere in maggiori esborsi di denaro per l’acquisto di beni e servizi pubblici o privati, nella riduzione delle quantità o nel peggioramento della qualità degli stessi, nella riduzione o perdita delle occasioni di lavoro attuali o future,
o in problemi di salute attuali o futuri, nella perdita o riduzione di diritti previdenziali, assistenziali, sanitari o in maggiori rischi di infortuni sul lavoro o altro ancora.
A scanso di equivoci, va rimarcato che non diversamente dall’impresa si comportano gli altri soggetti operanti nel sistema socioeconomico. In altri termini, si tratti di lavoratori, consumatori, risparmiatori, investitori, finanziatori, proprietari di suoli o edifici residenziali, industriali o commerciali, ciascuno tende a massimizzare la differenza fra ciò che riceve e ciò che dà.
La diversità sta nei rapporti di forza, ossia nella condizione di debolezza degli altri soggetti rispetto a coloro che organizzano e gestiscono le attività imprenditoriali e i diversi e complessi aspetti tecnici, commerciali e finanziari connessi all’esercizio degli affari, in massima parte di natura o con risvolti pecuniari, connessi al perseguimento del massimo possibile utile.
A ben vedere, ciò che si definisce mercato, non è altro, in fin dei conti, che la risultante delle scelte e delle decisioni di acquisto e di vendita di tutti i diversi soggetti operanti in un sistema socioeconomico. Chiunque effettui degli acquisti o delle vendite cerca di trarre il massimo utile possibile da queste operazioni di scambio. Si adopera cioè, per quanto è nelle sue possibilità, a sfruttare e condizionare il cosiddetto mercato. Com’è ovvio, ciò risulta alquanto più agevole per l’impresa, che effettua investimenti finalizzati a modellare, manipolare e condizionare la domanda dei propri beni e servizi, al fine ultimo di massimizzare vendite, ricavi e profitti.
L’ipotesi della cosiddetta sovranità del mercato, ossia del carattere sovrano delle decisioni del consumatore, ossia dell’acquirente finale, esula totalmente dalla realtà, in quanto non tiene alcun conto del comportamento effettivo delle imprese. Dal piccolo commerciante rionale alla grande società multinazionale o sovranazionale, l’impresa che adottasse coerentemente il principio di rifiutarsi totalmente di condizionare la propria clientela attuale o potenziale dovrebbe rinunciare a quote rilevanti di profitto o verrebbe semplicemente espulsa dal mercato. A parte ciò, può dirsi che nessuno rispetta le cosiddette leggi del mercato anche nel senso che per il singolo operatore di scambi non c’è mai equivalenza fra quanto dà e quanto riceve. Egli effettua lo scambio solo se attribuisce maggior valore a ciò che riceve rispetto a ciò che dà.
Ciò vale a maggior ragione per le imprese, che esercitano professionalmente e continuativamente le attività commerciali, ossia di scambio di beni e servizi, e per le quali le attività materiali tecnico-produttive sono solo un intermezzo, un passaggio obbligatorio fra due operazioni di carattere pecuniario: l’acquisto dei fattori produttivi e la vendita dei prodotti e servizi collocati sul mercato. Nello svolgimento del processo produttivo, l’impresa si trova continuamente nella necessità di scegliere se eseguire direttamente, ossia al proprio interno, una determinata fase, intermedia o strumentale o accessoria dell’attività produttiva, o procurarsene l’equivalente all’esterno, ossia sul mercato. In accordo con le conclusioni cui sono pervenuti vari esponenti della scuola istituzionalista, fra cui Ronald Coase, l’impresa può definirsi una istituzione centralizzata e retta da principi gerarchici alternativa al mercato alla quale si ricorre quando i costi di transazione diventano troppo alti.
Può dirsi, insomma, che l’impresa ed il mercato, come ipotesi puramente teorica ed irreale di massa di consumatori totalmente indipendenti e sovrani nelle loro scelte, se intesi nel senso rigoroso adottato dalla teoria economica tradizionale tuttora imperante, costituirebbero nei fatti, per la loro stessa essenza, due istituzioni sostanzialmente incompatibili fra loro.
Francesco Mancini

FONTE: Sicilia Libertaria n. 335 gennaio 2014

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