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Quel fornaio di Minervino Murge

marzo 2, 2014

Chiarisco subito – per coloro i quali fossero interessati ad una lettura storiografica prettamente anarchica – che non vi sono riferimenti specifici poiché il periodo in esame si conclude nel giugno 1914 in coincidenza con la Settimana Rossa quando le Camere del Lavoro di Minervino Murge, Cerignola, Lucera e Bari – che facevano già parte della corrente interna alla CGdL denominata “dell’Azione Diretta” – avevano da poco (gennaio 1913) aderito all’Unione Sindacale Italiana costituitasi a Modena alla fine di novembre del 1912.

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Il pregio del libro di Domenico Cangelli sta proprio nell’accendere i riflettori in quel vero e proprio magma vulcanico che era il PSI pugliese – specie nella sua componente giovanile – nella prima decade del novecento. Un magma dal quale è, oggettivamente, difficile distinguere i riformisti dai rivoluzionari; i legalitari dagli antimilitaristi; gli aderenti alla Prima o Seconda Internazionale e costituisce il “brodo di coltura” che consente ad intellettuali organici di etichettare quel particolare periodo storico e quel particolare movimento popolare come “marginale”, “ininfluente”, “primitivo”, ed in cui spicca la figura del giovane Di Vittorio che – dalle pagine de “La Fiumana” organo della Camera del Lavoro di Bari e provincia (USI) – a partire dal gennaio 1913 spiega, in modo inequivoco, la sua posizione anarcosindacalista in aperta contrapposizione con il riformismo “votaiolo” e “parolaio” del PSI.
Basato su una mole imponente di dati e riferimenti bibliografici – come documentato dalla bibliografia riportata a margine – il saggio di Domenico Cangelli non si limita a ripercorrere un trentennio di travaglio sociale della Puglia operaia e contadina ma lo inserisce in una “cornice sociale” specifica e documentata: quella nazionale all’indomani dell’unità e, soprattutto, dei “moti” del Matese (1874).
L’opera prende spunto dalle vicissitudini personali – raccolte in una memoria a tutt’oggi inedita – di Carmine Giorgio – un fornaio di Minervino Murge – e attraversa con riferimenti storici precisi e dettagliati l’intero periodo che va dalla “rivolta” di Minervino (1898) alla Settimana Rossa (7-13 giugno 1914). Con particolare riferimento alla violenza – spesso gratuita – delle forze dell’ordine e degli organi di autorità giudiziaria affiancati, in quest’opera disgregatrice, dalla legislazione “compiacente” formulata “ad hoc” di un governo presieduto da chi – come Giolitti – proveniva dalle fila “socialiste”. La ricostituita sezione pugliese dell’Unione Sindacale Italiana aderente all’Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT) è impegnata in un – difficile ed impegnativo – percorso di ricostruzione della memoria storica per troppo tempo offuscata da “narrazioni” parziali e fantasiose se non, addirittura, travisate ad uso e consumo di un’unica fazione politica. E sindacale.
Emblematico, in questo contesto, il tentativo posto in essere – nell’estate del 2012 – dalla CGIL con la “complicità” della Fondazione Di Vittorio e l’ausilio tecnico di un “intellettuale organico” – il prof. Vito Antonio Leuzzi – di stravolgere il significato sociale, storico e politico della distruzione della Camera del Lavoro Sindacale (USI) di Bari – ubicata nella città vecchia – disconoscendo e mistificando il ruolo – preponderante – svolto dagli anarco-sindacalisti e dagli anarchici nella formazione e nella costituzione degli Arditi del Popolo che furono – in tutti i modi – ostacolati non solo dal potere costituito (e dai suoi organi repressivi) ma anche dal PSI, dalla CGdL e dal PCd’I di Gramsci e Bordiga.
A ben vedere – per rimanere ai giorni nostri – dietro il governo delle “larghe intese” si scorge il tragico filo rosso che percorre la storia di un Paese nato per “creare un mercato” e cresciuto così, malato dei mali del suo capitalismo “incompiuto”: penuria di capitale per scarsa accumulazione primitiva, nessuna propensione al rischio, frazionamento politico e assenza di un grande mercato interno. L’Italia che Garibaldi unì, insomma, non era un mercato. Mancavano investimenti e smercio e ci pensò lo Stato, in mano a un capitalismo molto interessato al controllo delle leve governative. Iniziò così una rapina costante, un travaso ininterrotto di ricchezza prodotta dal lavoro e regalata al capitale dei Lanza e dei Sella, impegnati a “pareggiare il bilancio” per risarcirsi delle spese delle guerre per l’indipendenza. I lavoratori sputarono sangue, pagarono tasse persino sul grano macinato e fu la fame. La finanza, in compenso, divenne “allegra“, e i proventi fiscali finirono alle banche, pronte a sostenere ogni avventura industriale. Quando scoppiò la bolla immobiliare, s’intravidero legami oscuri tra politica e mafia e nel 1893 si scoprì che le banche d’emissione truccavano conti e stampavano banconote false. Non pagò nessuno e cominciarono i salvataggi: le banche fallivano, i lavoratori pagavano e quando la speculazione mise piede in Africa, si andò alla guerra. Nessuno ha calcolato mai quanto c’è costata in oro, sangue e civiltà l’avventura del cattolico Banco di Roma nel mare di sabbia libica, mentre il Sud mancava d’acqua e lavoro. Da Adua all’Amba Alagi, passando per l’ignominia di Sciara Sciat, la Spagna martoriata, la tragica Siberia e da ultimo l’Afghanistan, chi cercherà notizie serie sul debito di cui cianciano gli economisti, dovrà andare a cercarle tra i bilanci delle banche e incrociare i dati con quelli dello Stato. Altro che welfare. Qui da noi, la storia del capitale oscilla tra avventure, salvataggi e lavoratori strangolati. Gronda sangue. Anche la Comit è stata salvata: oggi si chiama Intesa e ha ministri al governo.
Valga per tutti quanto formulato in un vecchio manifesto antiprotezionista formulato – giusto cent’anni fa! – dall’USI e riportato su “La Fiumana” organo ufficiale della CdL Sindacale di Bari e provincia che sembra adattarsi perfettamente al presente: “I nuovi briganti sono rappresentati oggi in Italia dagli industriali e dagli agrari protetti. Costoro però non vivono nella macchia in attesa di poter aggredire il viandante, ma alla luce del sole: occupano i migliori posti nella vita pubblica italiana ed hanno a loro disposizione i poteri dello stato (..). agrari, zuccherieri e siderurgici dal 1887 impunemente possono comandare alla nazione italiana; per il governo borghese che tiene il sacco alle loro rapine quotidiane; per la stampa prezzolata che sostiene con menzogne la necessità di mantenere il privilegio camorristico dei zuccherieri, degli agrari e dei siderurgici; per il popolo che ignora, tace e subisce. I guadagni dei briganti sono superiori ad ogni immaginazione. 18mila latifondisti – mercé la protezione – truffano al popolo italiano oltre 40 milioni; sei società siderurgiche – mercé la protezione – truffano al popolo italiano 260 milioni all’anno. (…)”
Pasquale Piergiovanni

FONTE: A rivista anarchica n. 387 pp. 70/71

rivista anarchica

Domenico Cangelli: Carmine Giorgio nella storia del sindacalismo rivoluzionario in Puglia
Edizioni del Rosone, Foggia 2013, euro 10,00 + spese di spedizione postale. Per info e richieste: anarres56@tiscali.it
Edizioni del Rosone: http://www.edizionidelrosone.it/wordpress/?p=1475
Chi vive a Bari può richiedere/acquistare una copia presso l’edicola ubicata in largo Ciaia.

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