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I sindaci del PD dichiarano guerra alla “etnia” rom

aprile 8, 2014

A Firenze, nella stessa città dove lo scorso 25 gennaio si è tenuto un importante convegno, promosso dalla Regione Toscana, dedicato a “La giornata della memoria Rom”, l’incongruenza etica appare dominare, in quanto le istituzioni locali non solo continuano nelle loro politiche discriminatorie, ma introducono misure repressive che sembrano echeggiare quelle adottate nella Germania nazista contro i cosiddetti Asociali, potendo contare su una estesa connivenza della stampa locale. Una simile affermazione potrebbe suonare come “estremista”, ma ancora una volta appare la semplice fotografia di quanto sta avvenendo grazie a larghe complicità.

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Cos’altro pensare di fronte alle ultime misure di polizia, decise dal Comitato per l’ordine e la sicurezza di Firenze, e leggendo il comunicato del 20 febbraio firmato dal prefetto Varratta, d’intesa con il vice-sindaco, le diverse forze dell’ordine e i rappresentanti di Trenitalia e Rfi? Di questo vero e proprio “bando” basta
riprendere alcuni passaggi emblematici: «E’ stato fatto il punto della situazione che era migliorata dopo i blitz disposti dalla questura, ma che negli ultimi giorni è tornata ad aggravarsi. Non tanto sotto il profilo dei reati, non è stato registrato infatti un aumento né di furti né scippi, quanto piuttosto il ripetersi verso i viaggiatori di comportamenti molesti, talvolta anche arroganti, ma che non sconfinano in ambito penale, da parte di un gran numero di mendicanti, in particolare di etnia rom. “Si tratta soprattutto di un problema di vivibilità e di decoro – ha sottolineato Varratta – la stazione è il primo punto di contatto con la città, è il nostro biglietto da visita. Abbiamo condiviso la necessità di fare uno sforzo maggiore perché Santa Maria Novella torni ad essere un fiore all’occhiello”. Quindi proseguiranno e in maniera pressante i controlli, effettuati in sinergia tra il personale di Ferrovie, Polfer e forze di polizia con compiti precisi […] I controlli si concentreranno soprattutto ai binari dell’Alta Velocità e alle biglietterie automatiche […] “La strategia che abbiamo delineato oggi vuole soprattutto contrastare questo continuo accattonaggio – ha spiegato Varratta – strumenti repressivi non ce ne sono, non siamo in presenza di reati. Tra l’altro, le persone fermate finora non avevano precedenti penali nella maggior parte dei casi. Una è stata controllata ben ventinove volte, in tutto sono stati emessi quattordici fogli di via. Continueremo così, in modo serrato”».
Ebbene, per chi ha la memoria labile, la storia della persecuzione nazista, anche
se avviata ben prima dell’avvento di Hitler, vide proprio un’analoga iniziale campagna contro gli Asociali, ossia contro mendicanti, senza dimora, girovaghi, saltimbanchi, renitenti al lavoro, rom e sinti, etc. indipendentemente dal fatto che avessero commesso qualche reato.
D’altra parte, in queste settimane l’operato delle forze dell’ordine e del personale
“civile” non lascia adito ad altre interpretazioni: basta che entrino nell’area della stazione persone identificabili, per apparenza, come “immigrati” o “zingari” per venire puntualmente fermate dalle varie pattuglie di carabinieri, finanzieri e sgherri vari; in questo clima di tensione, la mattina del 21 marzo, all’interno della stazione, un cittadino “di etnia rom” ha subito un’aggressione fisica da tre addetti di Trenitalia.
A conferma di questo indirizzo sono seguite le dichiarazioni del vice-sindaco Dario
Nardella – autentico replicante di Renzi – favorevole all’adozione di provvedimenti-fotocopia di quelli dei suoi colleghi (e compagni di partito) in Veneto, dove a Padova,
Treviso e Venezia, i rispettivi sindaci PD hanno introdotto ordinanze che prevedono la schedatura e l’espulsione per i mendicanti.
Ovviamente, di fronte a tanta disponibilità, il prefetto Varratta si è reso altrettanto disponibile «ad approfondire l’idea», in previsione anche dell’annunciato G8 a Firenze del 2017. Rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se questo fosse una sorta di “leghismo di sinistra” il clone Nardella ha precisato di non aver usato «parole come ‘tolleranza zero’, o ‘intolleranza’: uso la parola ‘legalità’, un valore che a me sembra che la sinistra abbia sempre portato avanti. Il rispetto delle leggi vale per chiunque – ha concluso il vicesindaco – commette reati come borseggi, disturbo alla quiete pubblica, come l’accattonaggio deve essere perseguito non perché è bianco o nero, ma perché il principio della legalità vale per tutti».
Appare chiaro come Nardella abbia scelto di mettere al centro della sua campagna elettorale il razzismo strisciante in città, richiamandosi alla solita difesa della legalità, pur se addirittura la Corte costituzionale dal 1995 ha abrogato il reato di accattonaggio (e menomale che Nardella è persino laureato in giurisprudenza!) e, a
questo punto, assume ben altro significato la campagna “Dichiariamo illegale la povertà” che con grande retorica il Consiglio comunale e la stessa maggioranza che
sostiene Nardella aveva approvato solo poche settimane prima.
In Veneto, appunto, sono stati i sindaci Pd a raccogliere la staffetta del razzismo da quelli leghisti, incrementando schedature e fogli di via per almeno tre anni. I giornali, vi hanno dedicato il dovuto rilievo, plaudendo all’asse Pa-Tre-Ve o alla “alleanza veneta contro gli accattoni”.
«Noi ci battiamo – ha dichiarato Giovanni Manildo, sindaco di Treviso – soprattutto contro il racket dell’accattonaggio e per la sicurezza dei cittadini […] Le misure prese in passato dai sindaci leghisti non bastano e non servono a nulla. Dal 2009 sono state fatte 800 multe da 50 euro e nessuno le ha pagate». Questo grande attentato alla sicurezza dei cittadini e dei turisti è peraltro rappresentato, secondo le stesse fonti di polizia urbana, da 30 persone a Treviso, 60 a Padova, 70 a Venezia: una vera orda!
L’ex-sindaco sceriffo Gentilini non avrebbe potuto fare di meglio e, giusto per salvare le apparenze, gli 800 euro sequestrati in questi mesi nei cappelli e nelle ciotole dei mendicanti a Treviso sono stati consegnati alla Caritas, ma in realtà queste misure non erano da tempo monopolio dei sindaci leghisti. A Venezia, già nel 2008, quando era in carica il sindaco-filosofo Massimo Cacciari, la sua amministrazione di centro-sinistra aveva emesso un’ordinanza che proibiva l’elemosina e colpiva i mendicanti. L’ordinanza, perorata dall’allora l’assessore al turismo e al decoro, Augusto Salvadori, era stata appunto “pensata” per aggirare il fatto che chiedere l’elemosina non è un reato e che, se estesa a tutto il centro storico, avrebbe negato il diritto di libera circolazione.
Contro i trasgressori venne prevista una paradossale multa da 25 a 500 euro (!) e la
confisca dei soldi raccolti nonché di capelli e bicchierini utilizzati per la questua. Anche in tal caso, i primi ad essere colpiti erano rom e sinti, fuggiti dai Balcani in guerra. Da parte sua, l’assessora alla pianificazione strategica, Laura Fincato, aveva definito la delibera comunale come uno strumento di “solidarietà e sicurezza”; mentre il direttore della Caritas veneziana, monsignor Dino Pistolato, era giunto a sostenuto che un mendicante, fingendosi invalido, poteva raccogliere sino a 700 euro al giorno (sic!) ed era stato tra i primi a sollecitare provvedimenti repressivi contro un presunto racket dell’elemosina, come se si trattasse di concorrenza sleale alla carità cristiana affidata alle chiese.
D’altronde, gli sguardi infastiditi della maggioranza per bene dei passanti nelle
strade-vetrina delle città trasudano già un odio sociale che davvero richiama quello che si poteva incontrare per le strade del ghetto di Varsavia: «Guardali bene. Guardali negli occhi. Hanno bei vestiti, belle etichette, begli incarti, ma sono velenosi» (Stefano Benni)
Osservatorio anti-discriminazioni

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