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Diario di un disertore

settembre 13, 2014

di Bruno Misefari La Nuova Italia Editrice

Bruno Misefari conosciuto anche con lo pseudonimo anagrammatico Furio Sbarnemi (Palizzi, 17 gennaio 1892 – Roma, 12 giugno 1936) è un anarchico, filosofo, poeta e ingegnere calabrese. Secondo Bruno Misefari, essere anarchici voleva dire per prima cosa proclamare, contro ogni violenza, l’inviolabilità della vita umana. Inoltre significava lottare per l’abolizione della proprietà privata e a favore della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Proprio per questo gli anarchici sono, di fondo, dei socialisti. A questo esperimento di vita sociale andava affiancata la lotta contro lo Stato, che ne impediva la realizzazione. E la lotta contro lo Stato non poteva essere vittoriosa se non con la rivoluzione.

misefari

Dunque gli anarchici sono socialisti, antistatali e rivoluzionari. Elemento fondamentale della lotta, secondo Misefari, era l’allargamento di essa alla sfera internazionale. È comunque una lotta che non si fa violenza. Misefari è fortemente pacifista, contrario all’uso della forza e della violenza armata. L’anarchico è inoltre antireligioso: la religione infatti è considerata “fattore di abbruttimento per l’umanità”.

diario di un disertore

Quello che segnaliamo è uno stralcio del libro scritto da Misefari nel carcere di Zurigo – Kantonspolizei, Kasernenstrasse – nel 1918 e pubblicato sul n. 391 di A rivista anarchica

Lettera di Mado
Caro Bruno,
aprirai questo plico con immensa curiosità, curiosità ben giustificata. La tua meraviglia sarà diretta, oltre che al nome del mittente, al contenuto di esso.
È il diario di Furio.
Te lo affido con la coscienza sapendo che tu, con altrettanta coscienza, capacità e tenacia, un giorno lo pubblicherai. Solo tu possiedi la sua medesima sensibilità, lo apprezzerai e ne farai un tesoro.
Furio è morto al fronte fucilato alla schiena da un ufficiale italiano, mentre abbracciava un soldato austriaco. Entrambi uccisi. Morti il giorno dei morti, il 2 novembre 1918, alle ore sette di sera.
Io ho ucciso. Ho ucciso il tenente, che a sua volta aveva ucciso Furio.
Tenevo nascosta una pistola, l’avevo prelevata dalla tasca di un giubbotto di un ufficiale austriaco, morto ai miei piedi.
Con essa ho sparato, ho ucciso anch’io.
Bruno, penso e so che solo tu puoi comprendere e giustificare la mia azione, eseguita in quel momento particolare.
Non potevo farne a meno.
Comprenderai anche il gran gesto di Furio.
I pochi soldati rimasti in trincea hanno assistito all’uccisione del tenente, sono stati fermi, zitti. Anche dopo l’armistizio non mi hanno denunciato.
Oltre al diario – composto, come vedrai, da tutte quelle carte, fogli, fogliettini, prelevati da me con tanta cura da sotto la sua panciera (come se lo teneva riguardato il suo scritto, era tutta la sua vita!) – ho trovato su di lui i due preziosi volantini contro la guerra di Tripoli del 1911. Sono logorati, disgregati, come vedi. Hanno raccolto tutto il fervente calore umano che si sprigionava dal suo corpo e dal suo intelletto. Era tutto ciò ch’egli volesse possedere.
Ti ricordi? Fu allora che iniziarono per lui le sue prime battaglie antimilitariste ed egli fu allora, per la prima volta in carcere, da studente a 19 anni, a Reggio Calabria.
Quei due pezzettini di carta sbiaditi dal tempo erano il suo «talismano». Potrai pubblicarli? O addirittura farne una copia e includerli nel diario?
Avrai un enorme lavoro, caro Bruno. Dovrai avere una pazienza da certosino per mettere insieme questa enormità di appunti, questi scritti talvolta illeggibili. Riuscirai a ricavarne un volumetto? Dovrai però prima imparare un nuovo mestiere, dovrai diventare mosaicista.
Ho tanta fiducia in te, ci riuscirai.
Ti piace il titolo? Diario di un disertore (Nella morsa). A me piace molto.
Puoi assicurare i genitori di Furio che il loro figlio l’ho seppellito io, con l’aiuto di tutti i soldati della trincea, in presenza di tutti i soldati austriaci.
L’abbiamo sotterrato in un luogo suggestivo, sembra una cripta, una grotta naturale, un posto degno di questo nostro amico, apostolo dell’amore.
Abbiamo sepolto là anche il tenente, accanto a Furio.
Nella medesima grotta abbiamo assistito anche noi italiani alla sepoltura del povero Erwin. Tre uomini. Tre fratelli. Verrò presto a trovarti a Reggio.
Verresti con me questa primavera a vedere la grotta?
Ti abbraccio forte.
(pp.175-177)
Bruno Misefari

Per il PDF del libro clicca qui

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