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La CNT, le elezioni sindacali e noi …

gennaio 24, 2015

Il documento è lungo ed articolato ma vale la pena leggerlo per intero perché rappresenta – concretamente – “quell’altro modo di fare sindacalismo” che rappresenta, da sempre, la peculiarità della CNT spagnola e che lo differenzia, anche, dalla CGT. Si ringrazia Anna Gussetti che ha tradotto la monografia che proponiamo all’attenzione dei lettori.

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Con questa monografia vogliamo mostrarti, compagno/collega, le esperienze quotidiane di varie sezioni sindacali di lavoratori organizzati nella CNT. Ti spiegheremo come questi compagni, in diverse aziende, si trovano a lottare costantemente con i delegati e i distaccati sindacali per dare il nostro messaggio ai lavoratori; capirai come con costanza denunciamo la corruzione dentro i sindacati, a livello statale e a livello di sezione; denunciamo il fatto che tanti fanno carriera per vivere bene a costo di tradire e vendere gli altri. Tanto le imprese quanto lo stato ci negano la libertà sindacale per annullare ed emarginare la nostra denuncia e la nostra voce.

INDICE
– Di male in peggio
– Approccio alla realtà delle Rappresentanze Sindacali: il caso della metropolitana di Madrid
– Le Rappresentanze Sindacali in municipio
– Elezioni sindacali: l’esempio dell’ERION manutenzione ferroviaria

Di male in peggio
Il movimento operaio rivoluzionario ha vissuto al suo interno molteplici divisioni; basta gettare lo sguardo sui grandi dibattiti storici per trovare la causa di questa rottura tra forze con interessi molto simili, teoricamente parlando. Ci riferiamo alla dicotomia tra i sostenitori della linea di confronto politico parlamentare e i sostenitori della lotta esclusivamente sul terreno sociale, fuori dal Parlamento e da altre strutture di rappresentanza. Questa rottura si fece evidente per la prima volta nella divisione tra l’ala bakuninista-libertaria nell’AIT e quella marxista nel Congresso dell’Haya del 1872.
Consapevoli che l’ingresso nelle istituzioni e nelle procedure parlamentari significava l’istituzionalizzazione e il conseguente allontanamento dalle vie rivoluzionarie, i settori anarchici all’interno del movimento operaio difesero l’azione diretta (senza intermediari) e l’organizzazione orizzontale federativa come strumento di lotta nei luoghi di lavoro, parallelamente a un’intensa battaglia contro ogni forma di delega politica.
Da questa posizione ideologica e pratica derivarono molti scontri, incentivati dallo Stato e dal capitale, che seppero sfruttare le divisioni in seno al movimento operaio. I settori riformisti e possibilisti desideravano trovare una stabilità che conferisse loro la supremazia nelle lotte, distanti dagli elementi rivoluzionari che si spendevano per il predominio delle masse nel prendere decisioni, lontani dalla lotta più aggressiva contro gli industriali; i loro migliori alleati erano proprio i settori della classe padronale e dello Stato più inclini al consolidamento di modalità controllabili di conflitto sociale. E così industriali e Stato strinsero alleanza con i leader riformisti per isolare ed espellere i sostenitori dell’azione diretta. Ai possibilisti non restava che issare la bandiera della praticità, delle necessità immediate, della strategia e del realismo per dare corso al recupero del conflitto di classe che Stato e padroni avevano sempre tentato.
L’alleanza tra i settori riformisti, il capitale e lo Stato fece in Spagna molteplici tentativi di stabilire una “legalità” all’interno del conflitto sociale e, più concretamente, nelle lotte in ambito lavorativo. È una costante nella storia e ha un obiettivo: eliminare dalle lotte i settori rivoluzionari e i difensori dell’azione diretta, che in Spagna si organizzarono intorno alla “Confederación Nacional del Trabajo”.
Le odierne elezioni sindacali e, in generale, la configurazione che le elite politiche ed economiche hanno dato all’attuale modello sindacale predominante, hanno origine nei “Pactos de la Moncloa” (patti della Moncloa, sede della Presidenza del Consiglio) del 1977. Le Rappresentanze Sindacali, i “Consigli di fabbrica” sono la struttura parlamentare adattata al mondo del lavoro, dove i rappresentanti dei lavoratori, eletti tramite voto, negoziano, contrattano e regolano le relazioni col datore di lavoro, riducendo la lotta concreta sul posto di lavoro a un mero esercizio simbolico, con l’obiettivo di rafforzare la posizione dei rappresentanti dei lavoratori. L’unica novità in tutto questo è il nome:
I Comitati Paritari (Los Comités Paritarios), inquadrati nella “Ley de Corporaciones”, approvati nel 1926 durante la dittatura di Primo de Rivera, ai quali la UGT (Unión General de Trabajadores) partecipò, completamente integrata nell’apparato dello Stato dittatoriale con Largo Caballero nella veste di “Consigliere di Stato”. Parallelamente al collaborazionismo dell’UGT, la CNT subì persecuzione e grandi difficoltà per estendere il proprio modello sindacale basato sul confronto diretto tra lavoratori e imprenditori, senza l’intermediazione di alcun organo rappresentativo di negoziazione.
La giuria mista (Los Jurados Mixtos), durante la “II Repubblica” Largo Caballero, ministro del Lavoro e segretario generale dell’UGT, promulgò un Decreto di Legge con il quale si instauravano le “giurie miste”, che altro non erano se non i “comitati paritari” della Dittatura. Le leggi relative al lavoro di Largo Caballero situavano la CNT, che rappresentava la maggior parte del proletariato spagnolo organizzato, in posizione di grande svantaggio rispetto all’UGT e la rendevano di fatto illegale, poiché le pratiche della CNT andavano contro i principi basilari della nuova legge. Tutte le divergenze tra operai e padroni dovevano essere previamente arbitrate e, d’altronde, quella disposizione, diretta contro l’anarcosindacalismo, tendeva alla soppressione del diritto di sciopero.
Consigli di fabbrica, Rappresentanze Sindacali (Comités de empresa), elezioni sindacali e i “Pactos de la Moncloa”. Dopo molti tentativi della dittatura franchista attraverso il “Sindacato Verticale”, si cercò di canalizzare istituzionalmente il conflitto tra industriali e lavoratori. Il nuovo regime nato dalla dittatura (a partire dalla “Transición”, epoca di passaggio tra la dittatura e il regime democratico), che organizzava un modello politico, economico e sociale in sintonia con l’integrazione definitiva nel nuovo capitalismo europeo e anglosassone, aveva bisogno di stabilire delle basi economiche. Ovviamente, oltre a stabilire le regole con le quali il mercato avrebbe operato in Spagna, era necessario regolare la situazione altamente conflittuale tra lavoratori e imprenditori. L’esercizio di autonomia operaia e la rinascita dell’anarcosindacalismo erano la prova evidente che il conflitto sociale era fuori dal controllo dello Stato e minacciava tutto il progetto di “Transición” e il sistema stesso. Grazie all’appoggio dei sindacati CCOO (Comisiones Obreras) e UGT –che da quel momento sarebbero stati protetti dallo stato e dai media-, insieme alle altre forze politiche, si firmarono nel 1977 i “Pactos de la Moncloa”. È a questo punto che il modello sindacale delegazionista, basato sul voto che ha disattivato e addomesticato il movimento operaio, ebbe origine. Quel che tanti e diversi regimi avevano perseguito senza ottenerlo (dittature o repubbliche), lo ottenne la nuova democrazia: togliere protagonismo ai lavoratori, togliere loro la responsabilità delle decisioni nelle lotte, instaurando la delega, il patto e la pace sociale.

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Approccio alla realtà delle Rappresentanze Sindacali: il caso della metropolitana di Madrid
Introduzione
L’attività sindacale in Metro de Madrid, come in molte altre grandi imprese pubbliche o private, è estesa e si riferisce principalmente all’organizzazione e allo sviluppo delle Rappresentanze sindacali. Stiamo ovviamente parlando del periodo compreso tra la cosiddetta “Transición” (dalla dittatura alla democrazia) e l’attualità.
Tradizionalmente alle R.S. di Metro de Madrid è stata riconosciuta una certa forza perché, dopo molteplici conflitti, scioperi e ricorsi durante tutti gli anni in cui sono esistite, si sono ottenuti miglioramenti sostanziali tanto dal punto di vista economico quanto sociale, soprattutto nel secolo scorso. Ma c’è da sottolineare una cosa che si tralascia quasi sempre: questa forza, questa parziale vittoria, si deve alla partecipazione massicccia e attiva dei lavoratori tutti, che hanno tracciato la strada da seguire, come dovrebbe sempre avvenire. Ciò nonostante, malgrado tempo fa si potesse osservare un certo controllo operaio effettivo sugli “organi di rappresentanza”, attualmente questa supervisione si è trasformata in totale delega, nel passaggio delle consegne e delle decisioni alle R.S., ai delegati. Questa realtà ha il proprio massimo esponente nel Sindacato dei macchinisti, dove sembra si stia raggruppando il peggio del corporativismo e del sindacalismo concertativo (nonostante questo sindacato abbia denunciato spesso il comportamento di CC.OO. e U.G.T.).
Cos’è successo? Ci siamo lasciati trascinare dalla passività, dalla comodità? Hanno intontito la nostra generazione con le nuove tecnologie, con il panem et circenses (con il calcio…), con le speranze riposte nel sistema giudiziario, non sappiamo muoverci se non ci prendono per mano, se non ci risolvono i problemi; e ci fidiamo ciecamente dei nostri “delegati” senza informarci da soli attraverso altri canali, per esempio internet; dal momento che ci istupidiscono con le nuove tecnologie cerchiamo di utilizzarle in maniera consapevole e con il buon senso.
Attualmente, se si eccettua la sezione sindacale della CNT, nell’impresa ci sono in totale nove organizzazioni sindacali (la nostra impresa fa gola), che rappresentano tutto lo spettro sindacale della Stato spagnolo; li possiamo suddividere nelle seguenti categorie:
Sindacati cosiddetti “di classe”, CC.OO, U.G.T., “Sindicato Libre”, U.S.O., “Solidaridad Obrera”, CoBas, si noti che si tratta per lo più di sindacati istituzionalizzati;
Sindacati corporativisti: Sindacato dei Macchinisti e Sindacato dei Tecnici.
Dopo le ultime elezioni sindacali (2011) hanno ottenuto rappresentazione nel comitato d’impresa (in ordine di rappresentazione) solo il Sindacato dei Macchinisti, CC.OO., U.G.T., “Solidaridad Obrera”, “Sindicato Libre” e Sindacato dei Tecnici. Le prossime elezioni sindacali si avvicinano, nel 2015, per cui ci chiediamo: noi lavoratori della metropolitana torneremo a votare come pecore dimenticando tante questioni e precedenti? Purtroppo temiamo che questo accadrà.
Sia i CoBas, sia la sezione sindacale della CNT-AIT si costituirono pochi mesi dopo il piano di ridimensionamento del personale, concordato da tutte le organizzazioni nel 2013 e applicato dall’inizio del 2014. La CNT fu costituita da ex militanti di “Solidaridad Obrera”.
Delegati impigriti sul proprio distacco sindacale
In Metro de Madrid possiamo osservare la tipica professionalizzazione del delegato sindacale, colei o colui che, una volta ottenuto lo status di delegato, non l’abbandona più. Alcuni delegati lo sono già da 25 anni, a quelli che non vantano tanti anni manca poco.
Stando così le cose, non esiste né turnazione né rigenerazione nelle cariche e i problemi che ne derivano sono evidenti: controllo sulle organizzazioni, perdita di contatto con il lavoro e i compagni, conflitto generazionale, ecc.
È degno di nota il fatto che , malgrado il gran numero di distaccati sindacali, sia quasi impossibile incontrarli in azienda che vanno a trovare i colleghi, informandosi in prima persona di come vanno le cose. Lo fanno solo quando richiesto, quando devono calmare gli animi o quando temono una prevaricazione. E, ovviamente, prima delle elezioni sindacali.
Una delle cose meno gradite alla gente è osservare che anno dopo anno molti di loro chiedono mansioni o turni su cui si guadagna di più per la semplice ragione che non li svolgeranno mai.
Insistiamo sul fatto che certe cose accadono perché gli altri lavoratori lo permettono, visto che a queste pratiche non corrispondono reali miglioramenti delle condizioni di lavoro, ma solo critiche distruttive e non costruttive. E con questi argomenti alcuni continuano ad approfittare…

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Delega totale
A priori si potrebbe pensare che sia meglio che esista un comitato d’impresa; potrebbe almeno sembrare più opportuno che ci siano delegati nell’azienda piuttosto che non ce ne siano, a patto che si consideri la faccenda come la mera normalizzazione dei rapporti tra l’impresario e il lavoratore. È così che il sindacato concertativo vede la lotta dei lavoratori ed è così che la maggioranza dei lavoratori sembra vederla o si vuole che la veda, come qualcosa che non sono in grado di gestire da soli in modo diretto, si sottintende che hanno bisogno di altre figure o che tali figure, giacché esistono, sono quelle che si occupano di reclamare, denunciare o pattuire. Ci riferiamo al delegazionismo, all’instaurazione sempre maggiore di una delega totale dei problemi e della stessa realtà nelle mani dei rappresentanti.
L’esistenza nella nostra impresa di un comitato fermamente stabilito in tutti questi anni ha comportato un progressivo deterioramento dell’azione diretta sul posto di lavoro e dell’implicazione di noi tutti nelle decisioni che ci riguardano.
Ci rendiamo conto che di fronte a qualunque piccolo problema si cerca il delegato sindacale o il sindacato. Questa realtà è stata alimentata dai sindacati per la semplice ragione che non ragionano come noi, con il “con te ma non al posto tuo”.

Una parte del problema è costituito dalla mancanza di informazione verso i lavoratori, assurdo se si pensa all’era tecnologica che stiamo vivendo, che facilita l’informazione, e dal fatto che le decisioni si prendono attorno a scrivanie senza previa consultazione nemmeno degli iscritti. Ormai è normale che le assemblee generali abbiamo un carattere meramente informativo o servano solo a scegliere tra opzioni preconfezionate dalle rappresentanze, senza accogliere nuove proposte da parte ei lavoratori. Si prendono continuamente decisioni, si negozia nelle diverse commissioni, senza consultazione.
Un esempio delle lotte parlamentari interne ai Comitati d’impresa
La crisi ha peggiorato le cose non solo per i tagli economici e di personale, ma anche sul terreno sindacale. Metro de Madrid decise di rispettare con precisione quanto previsto dalla legge sui distacchi sindacali e si assistette alla loro diminuzione. Questo fece sì che perfino coloro che si trovavano nelle sedi sindacali regionali tornassero a lavorare in azienda (si resero conto di quanto sono duri i turni ben pagati che avevano chiesto quando erano in distacco, quant’è duro finire alle due di mattina…).
Questa nuova situazione comportò, dopo le elezioni del 2011, l’inizio di patetiche manovre da parte di UGT, alle quali si aggiunse posteriormente CC.OO., nel tentativo di emarginare i sindacati che avevano ottenuto meno voti.
Invece di pensare al beneficio generale dei lavoratori, si pensava solo alla perdita di distacchi occasionata dalle decisioni politiche e si diede il via a un attacco per logorare le altre formazioni sindacali e strappare loro ruoli di delegati nel comitato e così compensare le perdite nei distacchi.
Due processi giuridici paralizzarono per molti mesi la costituzione del comitato e alla fine riuscirono solo a escludere “Solidaridad Obrera” e “Sindicato Libre” dal comitato per la salute e la sicurezza, assicurandosi la maggioranza assoluta al suo interno.
E arrivò il primo piano di licenziamenti e ridimensionamento del personale.
Premesse
Ci si ricorda degli scioperi nel Metro intorno al 2010, motivati dal tentativo del governo regionale di tagliare del 5% dei salari (Reale Decreto di Legge 8/2010). Per due giorni non si realizzarono i servizi essenziali, ma alla fine ci si accordò su una riduzione del 3%. L’impresa, una volta chiuso il conflitto, iniziò un processo giudiziario affidato al famoso studio di avvocati Sagardoy (per una succulenta somma di denaro) per dichiarare illegale lo sciopero e in questo modo consolidare legalmente l’altra causa per perdite contro il comitato di sciopero (perdite per entrate dirette di 5,7 milioni di euro e perdite totali di 4,7 milioni). Ottennero ciò che volevano: lo sciopero fu dichiarato illegale e fu aperta la strada verso il reclamo delle somme di denaro.
Con questa minaccia che pendeva sulle teste dei delegati che facevano parte del comitato di sciopero, l’azienda alla fine del 2012 si oppose anche all’accordo vigente 2008-2012, cominciando così il conto alla rovescia per la retroattività di un anno di durata stabilita dalla riforma del lavoro.
La falsa negoziazione del nuovo accordo
Con queste premesse l’azienda completò l’opera affermando che la firma del nuovo accordo era soggetta alla firma di una riduzione del personale, chiamata eufemisticamente “piano di rinnovo del personale”. Qualora questo non venisse accettato da tutte le organizzazioni sindacali del comitato d’impresa, si sarebbe tagliato il 10% dei salariati, oltre alla possibilità di effettuare un piano di licenziamenti e ridimensionamento del personale, se non si otteneva il risparmio necessario negli anni a venire. Non dimentichiamo, inoltre, la minaccia di portare avanti la richiesta delle perdite subite dall’impresa durante lo sciopero senza servizi essenziali del 2010.

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Si può affermare, di conseguenza, che le attese dell’azienda divennero anche quelle del comitato d’impresa, che per tutto il processo insinuò la paura nel personale e tessé le loti di un accordo che da un lato salvaguardava gli interessi (il culo) dei delegati (che avevano in sospeso una grave sanzione disciplinare di dieci giorni e alcuni patteggiarono con l’azienda) e dall’altro garantiva la pensione anticipata in condizioni invidiabili ai salariati tradizionalmente più combattivi e costosi per l’anzianità di cui godevano (quindi questi lavoratori venivano allontanati dal conflitto, visto che avrebbero goduto di uno zuccherino difficile da rifiutare).
Alla fine il comitato arrivò a un accordo preliminare per stabilire un “piano di dimissioni incentivate” rivolto a chi aveva più di 58 anni con delle condizioni difficili da rifiutare. In tale accordo l’azienda si impegnava a ritirare la famosa richiesta di risarcimento per le perdite provocate dallo sciopero del 2010. Durante l’assemblea generale che seguì tutti i sindacati senza eccezioni diedero un triste spettacolo di manipolazione in vista della votazione e si accaparrarono tutti gli interventi.
L’accordo preliminare e il patto si ratificarono in un referendum al quale partecipò solo il 64% del personale e di questo 64% votò a favore l’86%. Anche i più giovani erano stati disarticolati, poiché fecero in modo che pensassero che gli accordi beneficiavano anche loro o almeno per loro non cambiava niente (divide et impera).
Come si può osservare, i padroni giocarono molto bene le proprie carte; il comitato, dal canto suo, facilitò le cose, con la sua scarsa iniziativa e la mancanza di informazione e di voglia di lottare, anteponendo gli interessi immediati propri e di una parte del personale all’interesse generale di classe dei lavoratori e alle condizioni lavorative negli anni a venire.
Si vedono ora le conseguenze di quell’accordo: mancanza di personale nelle stazioni, mancanza di treni, di manutenzione… e aumentano, invece, i contratti di aziende private all’interno di Metro de Madrid per svolgere tali mansioni, lo si nota con le scale mobili, gli ascensori, i distributori automatici, la manutenzione dei treni… Dov’è adesso il deficit?
Sezione Sindacale Metro de Madrid

Comitati e “sindacati” in comune.
Come funziona l’azienda a livello sindacale?

La rappresentanza è formata da comitati d’impresa per il personale operaio e da tre giunte di personale per gli impiegati: una per i servizi alla comunità, una per i servizi generali e una per la polizia municipale. C’è poi un comitato d’impresa per gli operai comunali e uno per ognuno dei cinque enti autonomi: centro per l’impiego, agenzia tributaria, gestione informatica del comune, Madrid salute, agenzia di gestione di licenze e attività commerciali.
Ogni ente autonomo aveva un proprio accordo, finché non fu firmato nel 2008 l’accordo unico da CCOO, UGT e CSIF (Central Sindical Independiente y de Funcionarios) e da quel momento tutti i lavoratori si attengono a esso, eccetto quelli che hanno un contratto dei programmi sovvenzionati dalla comunità, dal fondo sociale europeo, coloro che fanno formazione professionale per disoccupati, collaboratori sociali; cioè proprio i colleghi con i contratti più precari.
La considerazione per ognuno dei colleghi che lavora in quest’impresa in modo diretto o indiretto l’abbiamo sempre rivendicata e ci ha portato vari scontri con questi supposti sindacati, giacché essi firmano accordi corporativi e non lottano mai per il resto del personale che lavora fianco a fianco a noi e che per questo dovrebbero considerare colleghi, chiunque li paghi.
Abbiamo denunciato la cessione illegale delle hostess dei musei e abbiamo parlato con i lavoratori di varie aziende che lavorano per il comune, perché si rendessero conto della possibilità di denunciarlo.
Accordo di garanzia sindacale
Con esso hanno adottato un sistema che lascia al nostro modo di fare sindacalismo, al margine dei comitati e delle giunte del personale, poca capacità di manovra. Quest’accordo lo firmano anche CGT e il sindacato di polizia UPM. Il tentativo è di fornire possibilità di agire solo ai sindacati che passano per le elezioni sindacali. Ma siamo comunque riusciti a raggiungere alcuni dei nostri obiettivi:
Nell’ente autonomo Madrid Salud, l’anno scorso, in alcune circostanze si rese manifesto il disprezzo per il lavoro del personale da parte di chi comanda, più precisamente la sindachessa di Madrid e la sua corte di capetti. Dalla Sezione Sindacale del comune di Madrid lo denunciammo e intervenimmo, azioni che ebbero conseguenze in sindacati, direzioni, mezzi di comunicazione, ma la più importante è stata il rispetto per i lavoratori. Si tratta della speculazione immobiliare portata avanti dal comune e dalla Fondazione Ambasz: un edificio sul Paseo del Prado, facente parte del patrimonio nazionale, sarebbe stato abbattuto; in esso era ubicato il Centro Municipal de Salud (CMS) del quartiere del Retiro da più di trent’anni. Questa notizia apparve su “El País” nel marzo del 2013 e solo attraverso questo quotidiano i lavoratori del CSM seppero che l’avrebbero distrutto. Nessuno lo aveva comunicato loro. Si misero in contatto con i responsabili di Madrid Salud e non ebbero alcuna alternativa: dovevano andarsene, cercare un altro lavoro e, probabilmente, sciogliere il proprio gruppo. Alcuni lavoratori del centro si misero in contatto con noi, ci raccontarono che né UGT né CC.OO. si erano interessati a questo grave sopruso che avrebbe danneggiato la continuità del loro lavoro. Anche questi sindacati lo dichiaravano inevitabile e facevano come al solito: si mettevano dalla parte dei loro padroni. Mandammo uno scritto per far conoscere la notizia, attraverso la posta, ai lavoratori e ai dirigenti di Madrid Salud. A seguito di quest’azione l’UGT si videro obbligati a fare qualcosa: visitarono il centro e una consigliera del PSOE portò questo caso all’attenzione della giunta comunale. In quella sede il comune si impegnò a cercare una nuova sede all’interno del distretto e il PSOE con l’UGT si sarebbero interessati dell’evoluzione e della soluzione della faccenda. Era il giugno 2013. Ne seguì un silenzio assoluto. Era tutto puro teatro. Tuttavia la diffusione massiccia della nostra missiva, lo sappiamo con certezza, aveva inquietato la dirigenza di Madrid Salud e si videro obbligati a diffondere a loro volta un comunicato per tranquillizzare non solo i lavoratori di quel CMS, ma anche tutti gli altri. CC.OO. si limitò a mandare ai lavoratori una lettera con la risposta del dirigente, come se loro avessero fatto qualcosa per ottenere tale risposta: “Non c’è scadenza precisa, sappiamo solo che si dovrà lasciare l’edificio per ottobre 2014. Quando saprò qualcosa, ve lo comunicherò…”.
Non si mosse nulla. A febbraio di quest’anno avvisano che bisogna sgomberare il centro; e questo senza che si fosse cercato un altro luogo dove proseguire il loro lavoro. Spedimmo dalla nostra Sezione un’altra lettera sullo “sfratto del CMS”. Dopo averla ricevuta, i capi andarono al CMS per insistere con le proprie bugie, cioè: che stavano cercando un altro posto. E quelli dell’UGT, che non avevano fatto niente di ciò che avevano promesso, convocarono una manifestazione davanti alle porte del centro. I lavoratori del CMS del Retiro, all’inizio di marzo, quando andarono a lavorare si trovarono davanti a un luogo a soqquadro: il comune aveva approfittato del fine settimana per smantellarlo, nel più puro stile mafioso, sradicando i tubi dell’acqua, del riscaldamento, i sanitari, i fili della luce per renderlo inabitabile se a qualcuno venisse in mente di occuparlo. La nostra Sezione andò al CMS e fece delle foto per testimoniare graficamente la distruzione; si scrisse un altro comunicato, corredato dalle foto. Questo ebbe ripercussioni ben oltre il comune: un giornalista di Diagonal se ne interessò, lo pubblicò e lo caricò nel sito Menéame (aggregatore di notizie molto frequentato), con più di 1500 visite. Perfino il giornale digitale fascistoide Madridiario pubblicò le nostre foto, ma deformando la notizia a favore dell’amministrazione. In tutta fretta cercarono uno spazio nel CMS di Vallecas, ma lì c’erano i sindacati, che si rifiutarono di muoversi perché stavano molto comodi e perfino CC.OO. disse che sarebbe stato meglio che il gruppo si dissolvesse. Diedero voce al loro Padrone.
Questo è il ritratto di quei sindacati e delle loro prebende, i problemi dei lavoratori non interessano a meno che non diano visibilità.
In conclusione, se la nostra Sezione non avesse agito, malgrado i limiti imposti dall’amministrazione, probabilmente il gruppo di lavoratori del Retiro avrebbero un’altra storia. L’intenzione dei capi era evidente: far sparire quel CMS, dapprima negando la sua esistenza e poi promettendo cose che non avevano intenzione di fare e contavano sui loro alleati naturali, i sindacati di stato. Attualmente il gruppo del Retiro sta lavorando nel CMS di Vallecas, condividendo gli spazi con i lavoratori di Vallecas.
Al centro per l’impiego riuscimmo a impedire che un membro della Sezione sedesse al tavolo elettorale, designato presidente. E questa stessa Sezione ottenne il tempo necessario per partecipare alle “assemblee”, mentre la segreteria del personale concedeva solo le tre ore stipulate nell’accordo.
In definitiva ci ignorano ma abbiamo una certa capacità di comunicazione e mobilitazione; a lungo termine, soprattutto dall’adeguamento del 2012, si dimostra che i comitati, le giunte del personale e i diversi tavoli di negoziazione finiscono nel nulla, dal momento che l’azienda ha rotto unilateralmente tutti gli accordi a proprio piacere, e che la loro maniera di fare sindacalismo serve solo per i loro privilegi personali.
Unità sindacale
Nel 2012, con tutti i tagli imposti dallo stato ai lavoratori pubblici, si creò l’unità sindacale. Era formata da tutte le sezioni del comune eccetto la nostra. Fummo invitati alla prima riunione da persone dell’UGT, ma quando sapemmo che partecipavano anche due sindacati di polizia, non ci sognammo di andarci. La loro massima preoccupazione, comunque, era poter negoziare i loro intrallazzi allo stesso modo in cui lo facevano prima che lo stato unilateralmente cambiasse gran parte dell’accordo. Le pugnalate alle spalle tra loro continuarono, la CGT uscì dall’unione sindacale per non dover partecipare alle riunioni nei locali dei “sindacati” ubicati in calle Acanto (locali affittati dal comune a un parente di Esperanza Aguirre, ex-presidentessa della Comunidad de Madrid). Più tardi si allontanò UGT, perché non appoggiava uno sciopero di un’ora e mezza, che dello sciopero non aveva nulla, si trattava solo di uscire un’ora e mezza prima il 16 giugno per protestare contro l’orario estivo; per mancanza di organizzazione, tra l’altro, non si contabilizzò come sciopero, ma come tempo da recuperare. La polizia, invece, ottenne miglioramenti nelle proprie condizioni di lavoro, cosa che diede fastidio nell’unità sindacale.
In definitiva, ognuno procede per conto suo come sempre, anche noi, che in ogni “assemblea” convocata da questa gente, cerchiamo di fare il nostro discorso che, alla fin fine, è l’unico modo di lottare; è dimostrato in queste pagine più che altrove che la vera unità non dev’essere dei sindacati, ma di tutti i lavoratori.
Le “assemblee” sono una farsa o un meeting politico.
Alla prima alla quale partecipammo da quando si creò la nostra Sezione, quasi ci picchiammo con dei distaccati di CC.OO., dal momento che si svolgeva nella sede del loro sindacato e noi avevamo distribuito dei volantini per farci conoscere.. Quell’assemblea era stata convocata per sostenere lo sciopero dei lavoratori del settore pubblico dell’8 giugno 2010. Noi l’appoggiavamo, come sempre in questi casi, ma a loro dava fastidio che distribuissimo un volantino con le nostre idee.
Abbiamo continuato a partecipare a tutte le “assemblee” facendoci conoscere e dopo qualche lite ci lasciarono tranquilli.
L’ultima assemblea si è svolta lo scorso 8 giugno e sembrava un meeting di Podemos, tutti i discorsi facevano riferimento al nuovo fenomeno che, naturalmente, viene comodo, poiché possono ricominciare a vendere, con il sistema rappresentativo sconfitto nei comitati e in tutti gli ambiti, nuove possibilità, mobilitando il personale e allo stesso tempo presentandosi come i salvatori.
Il “sindacato” e la carriera personale-professionale.
In comune, come in tutte le aziende, c’è una percentuale molto alta di persone che usano il “sindacato” unicamente come un modo di elevarsi, ottenere un distacco, stare fianco a fianco con il padrone, vendendo i colleghi per ottenere privilegi personali.
Nel centro per l’impiego c’è un militante di CC.OO. che divide il suo “sindacalismo di classe” con il suo ruolo di consigliere del, nientepopodimeno, Partido Popular.
Un capo servizio attuale ottenne il suo posto con uno stipendio di 65.000 euro annui, 12.000 in più rispetto alla mansione precedente, grazie al fatto che firmò l’adozione dell’organigramma come membro dell’UGT. Dopo questo lasciò il “sindacato” e attualmente è in CC.OO., poiché hanno maggior forza, proprio perché UGT ha subito la sconfitta elettorale nel 2011.
Tutti noi conosciamo “sindacalisti” che saltano di “sindacato” in “sindacato” finché non ottengono promozioni, ore di distacco e vari tipi di privilegi personali. A proposito di questo, bisogna dire che il “sindacato” che ha avuto il maggior numero di diserzioni è la CGT, un “sindacato” che in quest’impresa accetta qualunque cosa pur di ottenere iscritti; un esempio in questo link.

Per concludere, questo “sindacato” ha espulso per un anno i suoi militanti più attivi a causa della proposta di quest’ultimi che smettessero di avere distacchi sindacali. Questi espulsi hanno formato una nuova piattaforma sindacale e al momento non conosciamo le loro intenzioni per quanto riguarda le elezioni dell’anno prossimo..
Sezione Sindacale del Comune di Madrid

Elezioni sindacali: l’esempio di ERION, manutenzione ferroviaria
Alla fine del 2012, a causa della pressione dell’impresa per peggiorare le nostre condizioni lavorative, con alcuni compagni ci siamo organizzati e abbiamo creato la Sezione Sindacale della CNT nell’Erion. L’azienda non era disposta a cedere e la sua risposta non tardò: licenziò quattro colleghi. Da quel momento il Sindicato de Metal de Madrid si lanciò all’offensiva per il reintegro dei colleghi e per mettere fine alle abitudini repressive dell’azienda.
In Erion ci sono circa trenta lavoratori, la metà dei quali impiegati, in fabbrica ci sono 15 persone e altre trenta subappaltate tramite Roditec; fin dal principio, una delle principali rivendicazioni della CNT fu la fine dei subappalti, volendo estendere la logica “allo stesso lavoro lo stesso salario”. Per questo la nostra Sezione non si basò sull’impresa, bensì sul luogo di lavoro, nella fattispecie la fabbrica di locomotive diesel di Fuencarral, per poter inglobare tutti i lavoratori in un solo soggetto sindacale.
IL sindacato cominciò a far pressioni sull’azienda con picchetti, scritte, depliant e la denuncia costante delle abitudini dell’azienda e quest’ultima adottò la strategia di non riconoscere la CNT come sindacato e resistere alla bufera finché un giudice le desse ragione. Per sviluppare la strategia pensò che la cosa migliore fosse costituire nell’impresa un comitato con i sindacati ufficiali e così emarginare la CNT. Il dirigente dell’azienda, ex lavoratore della Renfe (come le Ferrovie dello Stato in Italia) imparentato con alte cariche del PSOE, si rivolse all’UGT per portare a termine i suoi piani. E così si presentarono due distaccati del settore ferroviario dell’UGT in cerca di gente per completare le liste. La nostra impresa, lo si ricordi, fa parte del settore metallurgico e non del settore ferroviario, per cui è il sindacato metallurgico che dovrebbe convocare le elezioni e non gli amichetti del dirigente inquadrati nella sezione ferroviaria dell’UGT.
Tutti i lavoratori, di fronte alla tensione che la CNT stava creando da un lato e dall’altro per l’appoggio a volte esplicito e altre tacito alle rivendicazioni messe in campo dalla CNT, si rifiutarono di presentarsi alle elezioni e la UGT non riuscì a completare la lista di tre candidati. Assurdamente, il dirigente chiamò in ufficio tre colleghi e disse loro di presentarsi per la UGT o li licenziava, niente meno.
Dalla CNT ci mettemmo in contatto con il sindacato dei trasporti inizialmente, poi con quello metallurgico dell’UGT per raccontare loro la situazione e chiedere un passo indietro nel loro comportamento avvilente. La risposta fu chiara, non avrebbero fatto niente e ci comunicarono che si trattava di una situazione abituale in UGT. Abituale! È abituale che il capo ti obblighi a presentarti alle elezioni sindacali per l’UGT! Siamo strani noi della CNT, licenziati appena apriamo bocca!

Manifestación del 1º de mayo en Madrid, CNT

Di fronte a questa situazione, i tre impiegati cedono e si presentano alle elezioni per UGT e un altro collega si presenta per CC.OO. Si celebrano le elezioni con l’invito al boicottaggio della CNT e con un’elevata astensione, nonostante le pressioni della direzione in un’impresa così piccola. Il risultato è di due delegati UGT e uno CC.OO., e ricordiamo che i due terzi del personale di fabbrica , subappaltato, non ha diritto di voto. Poco dopo il giudice decide che il licenziamento dei colleghi della CNT è nullo e sentenzia il reintegro. Da qui in poi nella fabbrica si vedono due modi di fare sindacalismo: uno di confronto, che include tutti i lavoratori, che promuove assemblee, che ottiene il tempo indeterminato per tutti i contratti, turni legali, regolamentazione di diarie e dislocamenti, che denuncia la contrattazione illegale… L’altro è un sindacalismo incapace di negoziare nulla quando si minaccia la chiusura della fabbrica.
Le conclusioni sono chiare: senza unione e azione diretta non si ottiene nulla, qualunque tipo di sindacalismo tu attui; per fomentare l’unione e l’azione diretta l’unico strumento è l’assemblea. Quando in assemblea si decide di passare all’azione, non servono a niente i comitati d’impresa, le burocrazie sindacali, che possono soltanto imbrigliarci per salvarsi il culo.

Sezione sindacale in ERION Manutenzione ferroviaria

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