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Usi (civici) e reti

giugno 28, 2016

In una realtà complicata, a strati e composta di tante realtà autonome, che vanno in direzione e a velocità diverse, sosteniamo con entusiasmo e partecipazione le lotte libertarie dei montanari curdi come le sezioni sindacaliste rivoluzionarie, rispettivamente Usi e Cnt, nell’industria dell’auto alla Ferrari di Modena e alla Renault di Batilly.

bandiera usi-ait

Dal complesso movimento della realtà, risalta l’importanza del principio federativo, pluralista e autogestionario incarnato dall’Unione sindacale italiana. Non c’è dirigismo e centralismo che funzionino davvero, si tratti di operai dell’auto, lavoratori indipendenti e agricoltori che si organizzano orizzontalmente mettondosi in rete o di chi vive nelle montagne abbandonate dallo Stato.

Da antistatalisti, osserviamo con interesse e partecipazione il movimento di rivendicazione degli usi civici. A lungo considerati forme economiche pre -capitaliste destinate a sparire, la rivendicazione degli usi civici ha portato alla gestione diretta della ricchezza da parte di comunità locali periferiche, che ritrovano così la loro centralità. Si tratti di cave di marmo, pascoli, boschi, dalla gestione degli usi civici può conseguire una sfera pubblica non statale, apartitica, che vede la gente della montagna riprendere il controllo sulla propria vita e costituire spazi di democrazia diretta.

Contro il rischio di chiusura localista, notiamo che è soprattutto nel comune, nel quartiere, sul posto di lavoro che il sindacalismo rivoluzionario costruisce rapporti di forza efficaci. Che senso ha sfilare nella capitale perché da lì si risolvano i problemi usando quella spesa pubblica che il fiscal compact introdotto nella costituzione italiana blocca? E sfilare dove? A Firenze? A Genova? A Roma o a Bruxelles? Davanti alla borsa di Francoforte? Gli accordi di programma, sul modello di Piombino, che mettono al tavolo istituzioni locali, regionali e nazionali, imprenditori e confederali per gestire fondi pubblici destinati ad aree in crisi economica, sono soprattutto una legittimazione di quei tecnoburocrati, dotati di un potere derivato dalla funzione che svolgono, che hanno gestito la chiusura di fabbriche, servizi pubblici, la distruzione del territorio, la precarizzazione del lavoro. Una classe di tecno burocrati che ora resta a galla come firmataria di accordi di programma fatti per gestire le crisi. Preferiamo un economia centrata sul territorio, non assistita, che trovi nella forza del lavoro le basi per funzionare, senza interventi politici dall’esterno.

La rottura della grande fabbrica ha disperso la produzione, creando una fabbrica diffusa con le parti connesse da reti di trasporto e informatiche. La fine della fabbrica non ha prodotto libertà e autonomia di chi lavora, ma piuttosto isolamento, auto-sfruttamento, fragilità su cui speculano i cosiddetti imprenditori della paura. A tutto ciò si oppongono le reti di lavoratori indipendenti e piccole imprese che si aggregano per reggere l’urto della globalizzazione, difendendosi e affermando un modo diverso di creare ricchezza sociale. La rete, pur essendo orizzontale e non gerarchica, non elimina di per se stessa lo sfruttamento e l’autosfruttamento. Ferma restando la fluidità dei rapporti di potere, che non sono mai fissati e si costruiscono di continuo, nella rete la produzione torna sotto il controllo di chi produce. Anche questa ci pare una prospettiva da seguire con interesse e sostenere in tutti i casi in cui ritroviamo il principio federativo, pluralista, autogestionario.

Usi La Spezia e territorio
Usi Lucca

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