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Bari: 28 luglio 1943

agosto 7, 2016

Il 25 luglio 1943 si commemora la caduta “politica” di Mussolini e del fascismo avvenuta in seguito all’approvazione – operata dal Gran Consiglio fascista – dell’ordine del giorno Grandi che “sfiducia” il dittatore. Ordine del giorno in seguito al quale il Re convoca il duce a villa Savoia e – dopo averlo licenziato – lo fa arrestare. Quello stesso giorno il maresciallo Badoglio – in qualità di nuovo capo del Governo – formula un enigmatico messaggio nel quale proclama, da un lato, la fine del fascismo, dall’altro, il proseguo della guerra a fianco della Germania.

antifa libertario

Badoglio resterà famoso, sostanzialmente, per due ragioni. La prima l’aver chiarito, fin da subito, che la … guerra continua.

La seconda l’aver precipitosamente abbandonato il paese al suo destino all’indomani dell’8 settembre.

La nuova leadership politica incarnata da Badoglio, dunque, non sembra tenere in alcuna considerazione il fatto che la guerra – nel Paese – era un “evento” tutt’altro che popolare. Alla, iniziale, rassegnazione seguita all’annuncio “dell’ora fatale segnata dal destino” fece seguito – a poco a poco – un diffuso malcontento che investiva tutte le classi sociali. A cominciare da quelle popolari chiamate a pagare il prezzo maggiore – in termini di fatiche, privazioni e sangue – della guerra e che trovò la sua espressione più clamorosa negli scioperi spontanei contro la guerra – marzo 1943 – nelle fabbriche delle grandi città del nord già martoriate dai primi bombardamenti. In questo contesto di dissenso sociale sempre più palese e manifesto maturò la “congiura” del Gran Consiglio fascista che mise Mussolini in minoranza e che ne decretò la caduta e l’arresto. Con un successivo decreto sia il partito fascista che le sue organizzazioni vennero sciolte.

Ovviamente l’annuncio della caduta del fascismo e del suo capo – individuato come il principale responsabile dell’entrata in guerra – unitamente alla ricomparsa, sulla scena politica, delle forze politiche antifasciste fu accolta, nel Paese, da scene di giubilo che si trasformarono, ben presto in protesta aperta e in rivendicazioni politiche e sociali.

La reazione del Governo Badoglio fu durissima ed improntata alla … “continuità” con il, deposto, regime. In un comunicato emanato il 26 luglio e distribuito alle Forze Armate il nuovo capo del Governo ordinava di disperdere “con ogni mezzo” tutte le manifestazioni “sediziose” che coinvolgevano un numero di soggetti pari o superiore a … tre!

Le conseguenze nefaste non si fecero attendere.

In soli 5 giorni – dal 25 al 30 luglio del 1943 – caddero sotto il fuoco delle forze preposte al mantenimento dell’ordine pubblico almeno 83 tra uomini e donne. Tutte le vittime erano giovani che invocavano la pace e la fine della guerra, il ripristino dei diritti civili, la liberazione dei prigionieri politici e migliori condizioni economiche e di lavoro.

Due furono gli episodi più importanti – avvenuti entrambi il 28 luglio 1943 – del nascente conflitto sociale, che appena rinato, si spegneva nel sangue: la strage di Bari (20 morti, oltre 50 feriti), dove un corteo che chiedeva la liberazione dei detenuti politici guidato dall’anarchico canosino Agostino Raimo fu preso a fucilate in via Noè Dell’arca e quella delle Officine Reggiane di Reggio Emilia (9 morti), con un drappello di fanteria a sparare sugli operai che – invocando la fine della guerra – urlavano “pace, pace”.

Di quella manifestazione (e della connotazione libertaria che esprimeva) oggi non vi è più traccia poiché è stata – letteralmente – fagocitata dalle istituzioni e da storici “compiacenti”.

(…)”Quella di Reggio Emilia scrive Gabriele Polo ( cfr. Gabriele Polo – La strage di Badoglio – Il Manifesto 27 luglio 2003) è una strage a lungo dimenticata, forse oscurata dall’altro eccidio reggiano del 7 luglio ’60, soprattutto rimossa perché “scomoda”: erano italiani quelli che uccisero altri italiani, erano soldati dell’esercito – non repubblichini o tedeschi – quelli che spararono, erano operai troppo poco “organizzati” quelli che vennero falciati dalla mitraglia. Non è “solo” una protesta contro la guerra, informalmente ma radicalmente – come negli altri scioperi di quel cruciale ’43 – gli operai esprimono una domanda di partecipazione democratica e “persino” di rappresentanza politica del lavoro, cose che troveranno riscontro – almeno formale – nella Costituzione, nell’articolo 1 (il principio della Repubblica fondata sul lavoro) e in quelli 39 e 40 (che affermano il diritto di rappresentanza e di sciopero la cui esigibilità concreta è oggi del tutto irrisolta.

USI-AIT Puglia

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From → Memoria storica

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