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8M 2017

gennaio 25, 2017

(…)” “Se le nostre vite non valgono, noi non produciamo”, questo lo slogan che, ancora una volta, ha avuto eco in tutto il mondo e da cui, Non Una Di Meno cerca ancora d’ispirarsi.

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Uno sciopero delle donne, in Italia ha lo scopo non solo di sottolineare le condizioni pietose in cui verte il mondo del lavoro – Jobsact: precariato e voucher a tutto spiano – ma anche come queste leggi e meccanismi hanno acuito l’oppressione di genere. Con lo sdoganamento del lavoro a tempo strettamente determinato, trimestrale, precario e saltuario, la condizione delle donne si fa ancora più critica.

Le donne, che già prima del Jobsact percepivano circa il 30% dello stipendio in meno dei colleghi uomini – seppur a parità di mansione – si vedono ulteriormente sospinte verso la povertà grazie alla nuova riforma; ed essendo sempre più povere, per loro, uscire da eventuali situazioni di violenza e di abuso diventa ancora più complesso. La necessità di un reddito proprio, di aver accesso alle proprie finanze in modo indipendente da figure altre, la necessità di una abitazione diversa da quella del compagno, di avere un qualche sostentamento che permetta loro di fuggire e, in seguito, di mantenere i propri figli e figlie – sono orizzonti irraggiungibili in mancanza di un impiego stabile.

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La mancanza di lavoro al di fuori della casa, porta le donne, inoltre a correre un ennesimo rischio: quello di essere impiegate a tempo pieno, invece, entro le mura domestiche, sopperendo a tutte quelle mancanze statali che dovrebbero essere soddisfatte attraverso un welfare. L’inaccessibilità alle professioni non solo relega le donne all’interno della casa ma rinforza, incoraggia e reitera gli stereotipi legati al genere, che vedono quel lavoro di cura della famiglia come qualcosa di naturale, di scontato, per cui le donne sarebbero ‘geneticamente’ portate.
Se parliamo, inoltre, di intersezionalità, noteremo automaticamente che questa condizione, già di per sé grave, peggiora ulteriormente in dipendenza dalle variabili etniche e di classe.

Fermando tutto, costringendo la produzione capitalistica ad un giorno d’arresto, vogliamo non solo riprenderci lo spazio – le strade, le piazze, e tutti i luoghi a noi preclusi -, non solo riprenderci il tempo – una giornata tutta, per intero -, ma soprattutto mostrare la forza e le conseguenze di quell’azione. Per un giorno le donne tutte non faranno ciò che ci si aspetta da loro, saranno assenti dai loro luoghi di lavoro e di studio, qualunque essi siano. (…)”

Per leggere l’intero documento clicca qui.

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