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Festa USI-AIT

Fano. Si apre la festa dell’USI-AIT con la conferenza dibattito su Giuseppe Pinelli e la repressione, ieri ed oggi. Introdotti da Marco dell’USI Marche e da Colby segretario dell’USI relazionano Paolo Finzi e Claudia Pinelli. L’iniziativa prosegue con il dibattito.

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Notte “passiva” o incubo reale?

LE EQUIPE EDUCATIVE DEL VARESOTTO E DEL COMASCO A FIANCO DELLA COLLEGA VITTIMADI VIOLENZA SESSUALE IN COMUNITA’DURANTE IL TURNO DI “NOTTE PASSIVA”

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Apprendiamo dai giornali locali di una collega, educatrice in una Comunità Minori nel varesotto, vittima, durante il turno notturno, di abusi e violenze da parte di 4 ragazzi ospiti della struttura presso la quale prestava servizio.

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I fatti: Busto Arsizio, comunità educativa per minori, notte “passiva” (cioè non retribuita, perché “tanto la notte dormi”), in turno una collega di 30 anni. “Turno da incubo” lo definiscono i giornali. L’educatrice viene picchiata con un bastone, palpeggiata, umiliata con urina in faccia, minacciata con un coltello, tenuta in ostaggio dai 4 minorenni (14, 15, 16 e 17 anni) che tentano anche di violentarla. Questo per 6 ore di fila. Dalle 24 alle 6 di mattina.
Come educatrici ed educatoridel Varesotto e del Comasco non possiamo, in primo luogo, far altro che esprimere vicinanza umana e solidarietà alla collega che ha dovuto subire, durante lo svolgimento del proprio lavoro (è bene ricordarlo) tali violenze, fisiche e psichiche. A lei va tutto il nostro più sincero e caloroso abbraccio.

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Ma la solidarietà, da sola, non basta. Urge una riflessione:
Innanzitutto: perché? Dove e di chi sono le colpe di questa situazione? Dove sono ConfCooperative e LegaCoop? Hanno qualcosa da dire al riguardo?

Il “turno da incubo” descritto dai giornali a noi educatori non stupisce, non meraviglia. Altro non è stato che l’episodio più estremo di quello che bene o male potrebbe capitare a qualunque educatore o educatrice che lavora in comunità.

Perché? Presto detto: turni assurdi (anche di 24 ore consecutive), spesso nessuna compresenza durante il giorno, sicuramente nessuna compresenza la notte, educatori che si ritrovano da soli con gruppi di utenti “difficili”, solitamente anche oltre il rapporto 1 a 5 stabilito per legge, leggi che non tutelano gli educatori, logiche economiche che trasformano le comunità educative in un “di tutto di più” (tanto quello che conta è la retta e i pensieri educativi vengono dopo) e inevitabilmente l’adeguata e serena gestione del gruppo dei minori passa in secondo, terzo, quarto piano.

Una cosa sopra tutte ci rammarica particolarmente: il fatto che l’educatrice abbia subito tali violenze durante le ore notturne, ore talmente poco considerate dalle Cooperative Sociali delle nostre province da non essere nemmeno retribuite (se non con una simbolica indennità del valore di 8 euro netti, meno di 1 euro all’ora) e per le quali non è mai prevista la compresenza. Eppure chiunque abbia un minimo di familiarità con l’ambito educativo sa quanto siano delicati e importanti anche tali momenti, perché è proprio in queste ore che emergono le fragilità e i turbamenti degli utenti. Non è un caso che in molte Regioni italiane non si applichi più la “notte passiva” (purtroppo ancora prevista dal CCNL Coop. Sociali, CCNL scaduto da oltre 4 anni).

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A queste condizioni (turni in solitaria, personale ridotto, logiche economiche che sovrastano sempre quelle educative, nessuna tutela degli operatori e delle operatrici sociali) questo episodio poteva solo essere atteso. Purtroppo. Noi lo abbiamo sempre saputo.

Urge un esame di coscienza da parte di tutto l’ambito del socio-educativo (Cooperative Sociali, ConfCooperative, LegaCoop, Istituzioni, Sindacati firmatari del CCNL) affinché, già da domani, il nostro lavoro sia veramente tutelato, considerato e valorizzato.

Attendiamo risposte.

EDUCATRICI ED EDUCATORI DEL VARESOTTO E DEL COMASCO

Firmatari:
– Laura Mattiuzzo –L’Aquilone (VA)
– Matteo Bernasconi –L’Aquilone (VA)
– Carolina Fassina –Équipe La Mongolfiera (CO)
– Laura Magon –Équipe La Mongolfiera (CO)
– Fabio Maselli –Équipe La Mongolfiera (CO)
– Valeria Zuccolo –Équipe La Mongolfiera (CO)
– Andrea Sardella –Segreteria nazionale Unione Sindacale Italiana –Educazione (VA)
– Paolo Masala –Segreteria nazionale Unione Sindacale Italiana –Educazione (MI)
– Maria Fortino –Segretaria Nazionale Unione Sindacale Italiana –Settore Educazione
– Isabella Maj –Équipe Casa di Steven (VA)
– Giada Perseghin –Équipe Casa Gialla (VA)
– Francesca Moi –Équipe Casa Gialla(VA)
– Roberta Palma (MI)
– Irene Cavallaro –Équipe Casa del Bambino (CO)
– Laura Barbierato –Équipe Casa del Bambino (CO)
– Francesca Mura (VA)
– Federica Cardamone (VA)

Un cantiere di guai

C’era una volta operai e padroni, noi li chiamiamo ancora così. I padroni pagavano gli operai, di solito. C’era una volta, oggi c’è sempre meno vista la difficoltà con cui certi padroni pagano, come se il salario non servisse per vivere. Nella cantieristica navale ritardi e intoppi sono particolarmente frequenti. Come caso di scuola, prendiamo un’azienda con sede a Santo Stefano Magra (SP), la Style fitting yacht.

bandiera usi-ait

L’azienda lavora in cantieri edili e navali a Ginevra, Marsiglia, Genova, Venezia. A noi interessa il percorso di un operaio assunto a fine marzo. Il lavoro c’è, pare, almeno fino a tutto il 2017. Il contratto è a tempo determinato: 3 mesi. L’operaio firma e il giorno stesso parte per Ginevra. Il cantiere è nell’ospedale, ma a fine lavoro si torna in Alta Savoia (Francia) oltre il confine di stato. La paga è conglobata, con la compressione dei diritti che ciò comporta. Si guadagna €10,00 l’ora. Il lavoro consiste nel montare armadi e infissi. Nonostante siamo in Svizzera, il cantiere di lavoro è ai limiti della sicurezza a detta chi ci lavora. Lì non c’è alcuna solidarietà operaia. Un lavoratore si fa male? Colpa sua. Nessuno si ferma per vedere. Il contratto del lavoratore che consideriamo inizia il 29 marzo. Il lavoratore torna a casa a fine aprile. Chiede un cantiere più vicino: Genova. Sembra che il passaggio di cantiere si possa fare, poi deve ritornare a Ginevra, per motivi burocratici, gli dice chi organizza il lavoro. Cominciano difficoltà di comunicazione con l’azienda: tutto tace; passa il tempo e il lavoratore non viene rimandato in Svizzera. Resta ad aspettare.

E’ sotto contratto, difficile cercare lavoro. L’azienda spiega il ritardo con pratiche da completare in Svizzera. Una parte di salario arriva il 30 maggio, due mesi dopo il primo giorno di lavoro. Come avrà vissuto la famiglia del lavoratore nel frattempo? Da una visura all’Inps, risulta versata soltanto una prima parte di contributi, il 30 aprile. Quindi, ritardo nei pagamenti del salario diretto e del salario indiretto, per di più versati solo in parte: il lavoratore però ha lavorato ed è a disposizione! Dopo telefonate in cui spesso si attiva una segreteria telefonica, il terzo ed ultimo pagamento del salario avviene il 9 agosto, a seguito delle pressioni congiunte del lavoratore e di U.S.I.- A.I.T. locale.

Vedremo a cosa porterà l’esposto alla Direzione provinciale del lavoro.

Questi segnali arrivano dalla cantieristica. Si può parlare di yacht, fiere, lusso e crociere ignorando chi lavora nella cantieristica navale? La situazione di oggi farebbe quasi rimpiangere il “normale” sfruttamento di una volta. Il risultato del sistema dei subappalti è il ritardo dei pagamenti, la perdita dei diritti e che la classe operaia è polverizzata, ognuno va per sé e i padroni spadroneggiano. Il lavoro perde in qualità e significato. Le agenzie interinali piuttosto che creare buona occupazione offrono salari da fame a chi per andare a lavorare, in mancanza di mezzi pubblici, paga benzina, bollo auto etc. oltre alle spese per vivere. Scompaiono le differenze tra chi sa il mestiere e chi no, tra maestranze specializzate e manovali, ma ciò non porta ad una classe operaia più amalgamata e solidale. Anche tra gli imprenditori non si nota, ammesso ci fosse mai stata, una differenza tra chi viene dalla gavetta, ex-operai che conoscono bene il mestiere e sanno direttamente cosa vuol dire essere salariati, e quelli che vengono con altri percorsi.

Come il patròn di Ferrara Group, ex-gelataio, che aveva un sub-appalto dalla ditta Alvarez nei Nuovi cantieri Apuania di Marina di Carrara per costruire uno yacht. Le maestranze dell’Alvarez lamentavano continui ritardi nei pagamenti. A causa di questi inadempimenti la ditta Alvarez sarebbe stata allontanata dal cantiere di Marina. Il ritardo nei pagamenti non è l’unico problema, però. Il patròn di Ferrara group, ad esempio, ha mandato un operaio al lavoro senza le scarpe anti-infortunistiche. Ai Nuovi cantieri Apuania non volevano neanche farlo entrare a lavorare … E’ un episodio tra tanti. Di fronte a tutto questo che fare?

Per Usi-Ait La Spezia e territorio Luca Albertosi

La “provvidenza” rossa

Indagine su un partito al di sopra di ogni sospetto:

Il fu Partito comunista italiano

Lodovico Festa, La provvidenza rossa, Sellerio Editore, Palermo, 2016.

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Prossimo ai settant’anni, Lodovico Festa ha deciso di fare i conti con il fu Partito comunista italiano, al quale dedicò i migliori anni della sua vita, facendo comunque una bella carriera. Ci aveva già tentato, girandoci intorno, ma con approcci un po’ troppo seriosi (politologici & politically correct), per suscitare un’apprezzabile eco. Motivo per cui, ci tenta ora con la formula letteraria del giallo che, titillando morbose curiosità, è diventata sciaguratamente alla moda.

Anche un’inchiesta sul fu Partito comunista italiano titilla morbose curiosità, se il filo conduttore risponde ai più classici canoni del poliziesco e soprattutto del noir, considerando l’intreccio di sesso-affari-politica, in cui si districa l’apparatčik-detective, protagonista della vicenda. E alter ego dell’autore.

L’inchiesta è un viaggio nel Pci nel periodo in cui giungeva all’apogeo della sua parabola politica, con le affermazioni elettorali del 1975-1976 e il quasi approdo al governo centrale, grazie al compromesso storico e alla Solidarietà Nazionale, dopo trent’anni di quarantena relativa. Lo scenario è una Milano alle soglie di grandi trasformazioni, di cui già si avvertono le prime manifestazioni che sfuggono però al ceto politico e, in particolare al Pci, finalmente a capo della «capitale morale d’Italia».

Ma anche il Pci stava mutando. Nella sua composizione sociale occupavano sempre più spazio i ceti medi «emergenti» delle professioni, della cultura, delle arti, tra i quali brillano gli architetti-sociologi che sognano di riplasmare il volto urbano e sociale della città. Finiranno al servizio dei vari Li Calzi (Epifanio), Berlusconi, Ligresti (Salvatore) & Co. Questo, Festa non lo dice, lo lascia solo intuire, come molte altre deleterie conseguenze delle scelte politiche di quegli anni.

Banchieri, faccendieri e lenoni (rossi)

L’anomalo omicidio di una militante del Partito è il pretesto per l’indagine che coinvolge le svariate facce del Pci milanese di quegli anni, portandone allo scoperto i vizietti. E non solo sessuali.

Nel tentativo di essere veramente il Partito nazional-popolare proposto da Palmiro Togliatti, il Pci milanese si stava estendendo in un coacervo di ambienti dediti a piccoli e grandi intrallazzi, inoltrandosi in un variopinto sottobosco sociale in cui, tra banchieri «rossi» e entraîneuse (altrettanto «rosse»), si miscelavano tradizionalismo operaio e pragmatico affarismo borghese, appena mascherato da una residuale «etica comunista» che non è altro che la morale bacchettona piccolo borghese[1], prossima a mostrar la corda.

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Festa dipinge un affresco sociale ricco di dettagli, in cui ritrae figure politiche, intellettuali e affaristiche di quegli anni. A parte quelle già consacrate dalla Grande Storia, le altre figure sono presentate con nomi di fantasia, spesso assai trasparenti: Marco Bagnoli è ovviamente Carlo Tognoli (p. 252), Fernando Borutta/Armando Cossutta (p. 290) Roberto Seco/Umberto Eco (p. 338 ), Gigino Ramò/Antonio Tatò (p. 506) … Con un’eccezione: Achille Occhetto, curiosamente definito «fantasioso». Forse, per tracciare una linea di continuità con l’innominato Segretario Nazionale.

La trama è intrigante e rende scorrevole la lettura delle 527 pagine del libro. Contribuiscono poi sprazzi di iperbolica comicità che, privilegiando il lato gastronomico, evocano situazioni fantozziane. Infine, chi ha vissuto, direttamente o indirettamente, quelle esperienze, le rivive con gli occhi di una satira impietosa, a partire dal linguaggio burocratico («la langue de bois», la lingua di legno, p. 35) che contraddistingueva il lessico dei militanti e della stampa del Partitone. Rivede atteggiamenti e persone che, allora, apparivano del tutto «normali». Ma apparivano «normali», perché simulavano, ci dice Festa:

«Solo i dirigenti del partito più intelligenti sapevano da avere molto da imparare dalle persone normali. Ma erano i più intelligenti, e secondo qualcuno si stavano rarefacendo» [p. 411]».

Coglioni & furbastri …

Dice che vuol pensare con la sua testa.

Che di solito l’è il modo per dii stupidad [p. 51].

Finita l’allegra lettura, si può avere l’impressione che il Pci fosse composto da una massa di coglioni («anime candide», p. 489) diretta da un pugno di furbastri … Misero epitaffio, per un partito che, in quasi mezzo secolo di vita, abbracciò almeno metà degli italiani, direttamente e indirettamente.

Mi sembra doveroso fare qualche riflessione supplementare.

Ci sono aspetti che il libro non tocca o lascia sullo sfondo, sfiorandoli appena. Festa fa essenzialmente riferimento alla sua esperienza che, sottolineo, avvenne in un momento cruciale e che coinvolse una parte significativa di una generazione, allora sui trent’anni, appartenente a un ambiente sociale analogo al suo, ovvero il ceto medio milanese.

E doveroso allora chiedersi per quali motivi costoro aderirono al Pci?

«Nel Pci si entrava o per grande coraggio, la volontà di sfidare il mondo, di aprire nuove vie all’umanità, o per grande paura, cercando la protezione di una imponente struttura assai organizzata e combattiva nei confronti di una società minacciosa. In ognuno dei militanti quasi sempre i due sentimenti s’intrecciavano con diverse gradazioni» [p. 324].

Nelle specifiche circostanze di quegli anni, Festa privilegia implicitamente la seconda opzione: la paura. Egli mostra disinteresse se non fastidio e avversione per i movimenti di contestazione che, in parte, investirono anche il Pci, col gruppo del Manifesto. Facendo di ogni erba un fascio, non ne coglie i presupposti sociali del Sessantotto che risiedevano nelle trasformazioni avvenute in Italia sulla scia del boom economico. Ne consegue una percezione politica per lo meno distorta.

Rievocando quel periodo (la vicenda si svolge nel fatidico 77), Festa non solo apprezza il ruolo («il senso dello Stato», p. 486) che il Pci ebbe nella lotta contro l’eversione (il «terrorismo»!), ma ne apprezza anche la capacità di controllare la classe operaia.

«Tamburi e fischietti erano un’invenzione propria dei comunisti milanesi. Quando nel ’61 i movimenti di lotta erano ripartiti con particolare vigore, in una direttiva della Federazione milanese del Pci in cui discuteva la situazione del movimento di lotta e i sindacalisti si preoccupavano degli estremisti verbali che durante i cortei avrebbero potuto eccitare troppo gli animi, il supercinico Renaioli [nome di fantasia, ndr] aveva suggerito di usare i fischietti: fanno chiasso, danno il senso della mobilitazione e impediscono di urlare scemenze. L’idea dei tamburi, sempre a Renaioli, era venuta riflettendo sulle manifestazioni naziste degli anni Trenta e la loro perfetta tambureggiante coreografia» [p. 272].

Chi a Milano ha partecipato e partecipa a cortei sindacali sa bene come questo espediente abbia avuto una deleteria pratica… tutt’ora applicata.

Questa digressione apre un sintomatico spiraglio che consente di dare significato a quel desiderio di una trasformazione del Partitone che, nel libro, emerge tra le righe e che, altrimenti, aleggerebbe nel vuoto[2].

Prima, ho accennato ai ceti medi «emergenti». Devo ora precisare che, nella loro adesione al Pci, diventava sempre più problematico il rapporto con una classe operaia che, nel libro, appare quasi come un «convitato di pietra». Di lì a poco, le ristrutturazioni industriali avrebbero notevolmente ridimensionato il ruolo politico degli operai. Dopo di che, qualche maître à penser avrebbe impunemente parlato di «scomparsa della classe operaia». E il Pci non avrebbe più avuto ragione di esistere. Ma ci voleva un colpetto.

Dalla rete di interessi al comitato d’affari

Col «crollo del muro» (e dell’Urss), il Pci si sarebbe avviato verso una serie di prevedibili (e timide) mutazioni genetiche. Festa avrebbe partecipato alla pattuglia di piccisti delusi (Meluzzi, Bondi …) che, al seguito di Giuliano Ferrara, avrebbe aderito al progetto berlusconiano di Forza Italia. Nonostante questa precisa scelta, il suo libro resta in mezzo al guado: non ci dice che cos’era il Pci. E che cosa non era.

Avanzo qualche sintetica ipotesi.

Alla fine degli anni Settanta, il Pci si era ramificato in una rete di interessi (e affari) assai vasta e articolata, in cui si dovevano incontrare e conciliare operai e ceti medi emergenti. Questa rete era gestita e controllata da un efficiente apparato politico che, tendenzialmente, avrebbe potuto rendersi autonomo[3]. L’ostacolo alla sua autonomizzazione era costituito dalla prospettiva politica-utopica del Partito che, nobilitando la natura prosaica della sua funzione, la giustificava, impedendo che essa prendesse il sopravvento. L’una era legata all’altra.

La prospettiva politico-utopica era originariamente il paradiso sovietico, incensato per anni da carismatici esponenti politici e da illustri intellettuali, non esclusivamente del Pci [4]. Poi, via via che le magagne e i crimini di quel paradiso venivano allo scoperto, l’utopia cercò nuovi orizzonti. Ma divenne più effimera, fatua (e reazionaria), offrendo solo gli occasionali spunti che davano dignità politica e culturale alla vita politica del Partito che, altrimenti, si sarebbe ridotta al livello di un puro apparato manageriale. Spassosissima è la campagna di tesseramento che fa da sfondo a tutta la narrazione!

Dopo di che … fu il nulla.

La «fine delle ideologie» ha ridotto l’attività dei partiti politici alla pura gestione dell’esistente. In Italia, la linea l’aveva indicata negli anni Ottanta il Psi di Bettino Craxi. Negli anni Novanta, Berlusconi le diede slancio e successo con Forza Italia. Il partito politico non aveva più il compito di gestire e conciliare una rete di interessi, a volte divergenti: assumeva direttamente

il ruolo di una lobby di affaristi & faccendieri.

I cascami del Pci (e della Dc) avrebbero avuto una gestazione molto più lenta. Su loro gravava la pesante ipoteca nazional-popolare e catto-comunista che doveva essere consumata e superata, senza troppi traumi. Il parto lobbistico è avvenuto con il governo Renzi-(Napolitano). Il prezzo (e il rischio) di questa evoluzione è il calo della «partecipazione» elettorale (astensione) e dei consensi, come già sta avvenendo. E questa segna la fine della loro democrazia. Anzi, della democrazia, sans phrase.

Dino Erba, Milano, 12 agosto 2016.

Per approfondire

– Maurizio Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci, Feltrinelli, Milano, 1997.

– Massimo Caprara, Quando le Botteghe erano oscure, 1944-1969: uomini e storie del comunismo italiano, EST, Milano, 2000.

[1] Sulla morale «comunista», vedi: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014, p. 267. Rimando a questo libro per una panoramica complessiva sul Pci.

[2] Negli anni Settanta, Gilles Martinet aveva ipotizzato una possibile evoluzione socialdemocratica del Pci, senza capirne la natura sostanzialmente reazionaria: un partito reazionario di massa. Ma questa è un’altra storia.

[3] Giulio Seniga usava il termine di «ciurla» per indicare «l’insieme di coloro che erano mossi non da un interesse ideale ma dall’appartenenza a un apparato, un partito, un servizio segreto; insomma tutti coloro che ricavavano uno stipendio, una prebenda o un tornaconto personale svolgendo attività politiche …», vedi: Giulio Seniga, Credevo nel partito, a cura di Maria Antonietta Serci e Martino Seniga, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2011, p. 226.

[4] Vedi alcune perle in: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, op. cit., p. 254 e ss.

Festa USI-AIT

Ecco il programma della due giorni USI-AIT che si svolgerà a Fano, venerdì 26 e sabato 27 agosto.

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Venerdi 26 agosto
Presso lo spazio sociale Grizzly
(Quello dello scorso anno)
Ore 18 incontro con Paolo Finzi e Claudia Pinelli.
Ore 20:30 cena
A seguire dj set

Sabato 27 agosto
Presso il bastione Sangallo
(difronte alla stazione ferroviaria di Fano)
Ore 18 incontro sulla storia dell’usi nelle marche e a Fano.
Ore 20:30 cena
A seguire concerto.

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L’infame stroncatura governativa a Bari

Nella notte compresa tra il 7 e l’8 agosto 1922 i fascisti pugliesi – guidati da Caradonna – con l’aiuto determinante del regio esercito e della marina militare occupano la sede della Camera del Lavoro Sindacale (aderente all’USI) di Bari e arrestano tutti i lavoratori presenti. L’ordine di attacco alla sede sindacale “ribelle” è partito direttamente dalla Prefettura che, in questo modo, affianca e si sostituisce alle squadracce fasciste.

Lo “sciopero legalitario” iniziato il 1° agosto è fallito: Mussolini ha mano libera per insediarsi a palazzo Chigi e dar vita al ventennio fascista. In questo opuscolo – curato da USI-AIT Puglia – la cronistoria di quegli avvenimenti.

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Bari: 28 luglio 1943

Il 25 luglio 1943 si commemora la caduta “politica” di Mussolini e del fascismo avvenuta in seguito all’approvazione – operata dal Gran Consiglio fascista – dell’ordine del giorno Grandi che “sfiducia” il dittatore. Ordine del giorno in seguito al quale il Re convoca il duce a villa Savoia e – dopo averlo licenziato – lo fa arrestare. Quello stesso giorno il maresciallo Badoglio – in qualità di nuovo capo del Governo – formula un enigmatico messaggio nel quale proclama, da un lato, la fine del fascismo, dall’altro, il proseguo della guerra a fianco della Germania.

antifa libertario

Badoglio resterà famoso, sostanzialmente, per due ragioni. La prima l’aver chiarito, fin da subito, che la … guerra continua.

La seconda l’aver precipitosamente abbandonato il paese al suo destino all’indomani dell’8 settembre.

La nuova leadership politica incarnata da Badoglio, dunque, non sembra tenere in alcuna considerazione il fatto che la guerra – nel Paese – era un “evento” tutt’altro che popolare. Alla, iniziale, rassegnazione seguita all’annuncio “dell’ora fatale segnata dal destino” fece seguito – a poco a poco – un diffuso malcontento che investiva tutte le classi sociali. A cominciare da quelle popolari chiamate a pagare il prezzo maggiore – in termini di fatiche, privazioni e sangue – della guerra e che trovò la sua espressione più clamorosa negli scioperi spontanei contro la guerra – marzo 1943 – nelle fabbriche delle grandi città del nord già martoriate dai primi bombardamenti. In questo contesto di dissenso sociale sempre più palese e manifesto maturò la “congiura” del Gran Consiglio fascista che mise Mussolini in minoranza e che ne decretò la caduta e l’arresto. Con un successivo decreto sia il partito fascista che le sue organizzazioni vennero sciolte.

Ovviamente l’annuncio della caduta del fascismo e del suo capo – individuato come il principale responsabile dell’entrata in guerra – unitamente alla ricomparsa, sulla scena politica, delle forze politiche antifasciste fu accolta, nel Paese, da scene di giubilo che si trasformarono, ben presto in protesta aperta e in rivendicazioni politiche e sociali.

La reazione del Governo Badoglio fu durissima ed improntata alla … “continuità” con il, deposto, regime. In un comunicato emanato il 26 luglio e distribuito alle Forze Armate il nuovo capo del Governo ordinava di disperdere “con ogni mezzo” tutte le manifestazioni “sediziose” che coinvolgevano un numero di soggetti pari o superiore a … tre!

Le conseguenze nefaste non si fecero attendere.

In soli 5 giorni – dal 25 al 30 luglio del 1943 – caddero sotto il fuoco delle forze preposte al mantenimento dell’ordine pubblico almeno 83 tra uomini e donne. Tutte le vittime erano giovani che invocavano la pace e la fine della guerra, il ripristino dei diritti civili, la liberazione dei prigionieri politici e migliori condizioni economiche e di lavoro.

Due furono gli episodi più importanti – avvenuti entrambi il 28 luglio 1943 – del nascente conflitto sociale, che appena rinato, si spegneva nel sangue: la strage di Bari (20 morti, oltre 50 feriti), dove un corteo che chiedeva la liberazione dei detenuti politici guidato dall’anarchico canosino Agostino Raimo fu preso a fucilate in via Noè Dell’arca e quella delle Officine Reggiane di Reggio Emilia (9 morti), con un drappello di fanteria a sparare sugli operai che – invocando la fine della guerra – urlavano “pace, pace”.

Di quella manifestazione (e della connotazione libertaria che esprimeva) oggi non vi è più traccia poiché è stata – letteralmente – fagocitata dalle istituzioni e da storici “compiacenti”.

(…)”Quella di Reggio Emilia scrive Gabriele Polo ( cfr. Gabriele Polo – La strage di Badoglio – Il Manifesto 27 luglio 2003) è una strage a lungo dimenticata, forse oscurata dall’altro eccidio reggiano del 7 luglio ’60, soprattutto rimossa perché “scomoda”: erano italiani quelli che uccisero altri italiani, erano soldati dell’esercito – non repubblichini o tedeschi – quelli che spararono, erano operai troppo poco “organizzati” quelli che vennero falciati dalla mitraglia. Non è “solo” una protesta contro la guerra, informalmente ma radicalmente – come negli altri scioperi di quel cruciale ’43 – gli operai esprimono una domanda di partecipazione democratica e “persino” di rappresentanza politica del lavoro, cose che troveranno riscontro – almeno formale – nella Costituzione, nell’articolo 1 (il principio della Repubblica fondata sul lavoro) e in quelli 39 e 40 (che affermano il diritto di rappresentanza e di sciopero la cui esigibilità concreta è oggi del tutto irrisolta.

USI-AIT Puglia

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